martedì 26 settembre 2017

Su "Guerriglia" di Laurent Obertone (Sign Books)



In molti liquideranno e forse hanno già liquidato "Guerriglia" e il suo autore Laurent Obertone (Sign Books, traduzione di Catia Lattanzi) come spazzatura di destra, identitarista, razzista, reazionaria, nazista, fascista, complottista, anti-immigrazione, paranoica, folle, sbirresca, machista. 
Come propaganda reazionaria travestita da romanzo. 
Poco importa perché io mi sono innamorato all'istante di questo romanzo. 
Mi sono bastate poche pagine per cominciare a sentir scorrere il conto alla rovescia di questi tre giorni che scandiscono la narrazione come il timer di una bomba pronta a esplodere.
Per sentirmi un po' meno solo quando esco per strada.
Tre giorni per far cadere la Francia e il mondo intero nel terrore, nella guerra civile, negli scontri strada per strada, casa per casa. Tutto che crolla. Niente piu' istituzioni, niente piu' elettricità, trasporti, ospedali, cibo, esercito, servizi sociali, lavoro. Violenze inenarrabili. Il fondamentalismo islamico che straripa. 
Il pretesto? Una sparatoria  fra poliziotti e abitanti immigrati di una delle tante banlieu di questo mondo che causa 7 morti.
Da quel momento è il caos.
Le banlieu si ribellano e gli immigrati, di prima, seconda, terza generazione, con o senza documenti decidono di rivoltarsi.
Laurent Obertone, (che ha trascorso due anni coi servizi di sicurezza per studiare i possibili scenari che ci aspettano) con una scelta che deve molto al cinema per ritmo e cambi di scenario, decide di raccontare la fine della Francia adottando molteplici punti di vista: un vecchio colonnello in pensione, il nipote attivista di destra, il Presidente della Repubblica, un medico reazionario, una giovane blogger di sinistra, i fondamentalisti islamici, una psicologa, un giornalista, contadini, un elefante, una donna incinta e tanti altri e insieme a loro tutti quei volti senza nome che diventeranno carnefici e vittime. 
È un libro dai mille rimandi "Guerriglia", dove senza dubbio si respira la presenza de "Il Campo dei Santi" di Raspail, di MichelHouellebecq , Domenique Venner, Céline e poi senza dubbio tutto quel filone di disintegrazione del mondo raccontato da The Walking Dead, Mad Max, Distretto 13 - Le brigate della morte ma dove Obertone esprime le sua qualità migliori è quando descrive a caratteri lividi un mondo alla deriva, marcio, destinato al tracollo. Lo fa con ferocia e puntualità, lo inserisce nella narrazione dei fatti, trasforma i personaggi in archetipi senza mai ingessarli.
Un mondo europeo schiavo del politically correct, del pensiero liberal-progressista che Obertone mette alla berlina con straordinarie fiammate satiriche che non sono nemmeno piu' satira per come descrivano pedissequamente la realtà, che si dedica anima e corpo all'ultima buona causa sponsorizzata su qualche social network e che se ne frega della propria storia. 
Immigrati che si trasformano lessicalmente in itineranti per far si' che non vengano discriminati (altra cosa per la feccia bianca di provincia trattata troppo spesso come una genia di trogloditi), i sessi che si uniformano in una purea senza identità, il senso di colpa che diventa il cibo costante da mangiare e da professare, una presunta destra identitaria senza spina dorsale, la sottomissione che viene chiamata melting pot, i talk show che sostituiscono la politica, i terroristi islamici trattati come dei poveri diavoli che non sapevano cosa stavano combinando, la tradizione relegata a merce avariata buona da distribuire nei ricoveri, la sicurezza sempre e soltanto vissuta come prigione, il divertimento come unica religione globalizzata, la sinistra che si è dimenticata il popolo e si è rifugiata nell'ideologia dei diritti e dell'accoglienza e si potrebbe andare avanti per ore a descrivere questo incubo chiamato Libertà.
Obertone descrive un ipotetico futuro cupo dove tutto finisce nel baratro, dove gli stessi coglioni che hanno combattuto per il sovvertimento della Francia e che vorrebbero allearsi con le masse islamiche in rivolta vengono travolte ma dove anche gli stessi terroristi finiscono per diventare essi stessi carne da macello della follia.
"Guerriglia" appassiona come romanzo e lo si legge velocemente tanto è incalzante ma si manifesta soprattutto come una profezia, come un pungolo dentro al nostro cuore, come una scossa, come una parabola ante litteram.
Queste pagine sembra davvero una mano, cento, milioni di mani che ti prendono per i capelli e ti trascinano davanti a uno specchio per farti specchiare nel tuo orrore, nel tuo vuoto, nelle tue complicità e silenzi, nel mondo che ti aspetta.

"Sa, un giorno che mi aveva preso la frenesia di impiccarmi, mi interrogai sulla morte di Amleto. Per troppo tempo non si era stati in grado di definirla esattamente. Non esisteva alcun segno clinico inconfutabile. Né il facies cadaverico, né l'arresto cardiaco, né il rigor mortis, né la temperatura, né il rilascio degli sfinteri, né la dilatazione delle pupille... nulla poteva essere assunto come segno certo di morte. Ci si accontentava di parlare di "morte apparente". Si lasciava passare qualche ora e se le apparenza si fossero ostinate contro il presunto defunto, si sceglieva l'abito per la sepoltura. All'epoca, si seppellivano i vivi a centinaia. Quando in epoche successive alcuni lavori sventravano i cimiteri, nei feretri di quei sepolti vivi si rinvenivano cadaveri rivoltati, pugni rosicchiati. Costretti a nutrirsi del proprio sangue per vivere e uccidersi allo stesso tempo. Ce ne siamo resi conto e con l'aiuto della scienza abbiamo imparato a riconoscere meglio coloro che son passati a miglior vita. Lei sa qual è il segno certo della morte?"
"Immagino che me lo insegnerà lei".
"L'OMS sostiene sia la morte cerebrale, il coma superato. ECG piatto per trenta minuti. Distruzione neurologica irreversibile. Piu' chiaramente, il segno è la decomposizione. Quando la cellula non dispone piu' di aria, muore e incomincia il processo di decomposizione. A quel punto possiamo dire che il dado è tratto. Prima non era cosi'. Con le apparecchiature tutto questo si puo' impedire. Continuare a ossigenare le cellule. Siamo noi a decidere che la morte abbia la meglio, quando la vita non riprende da sola".
"Cosa sta cercando di dirmi?"
"Niente di che, a dire il vero".
Il medico aveva fissato la strizzacervelli dritto negli occhi.
"Forse... Forse che siamo già morti da un pezzo ma che non siamo mai stati in grado di coglierne il segno inequivocabile". (pp. 251-253)

domenica 24 settembre 2017

Democrazia digitale e cinquestellata, Guerriglia, la mia domenica

I cinquestellati hanno rotto il cazzo per anni con la loro democrazia diretta, la partecipazione, la democrazia internettiana dove tutto viene messo in comune e si dialoga/discute/ci si confronta/sicagamerdalcervello e poi la piattaforma scricchiola, i votanti sono una miseria rispetto all'universo digitale di esseri umani rivoluzionari di cui si sono sempre riempiti la bocca, i risultati arrivano in tempi biblici, l'investitura del capo supremo piove dall'alto a incoronare a un mentecatto impresentabile, un sindaco sorridente si dimentica dell'app che per uno del suo partito dovrebbe essere come l'ossigeno (ovviamente arrivano le pseudo scuse...ho ricevuto cicchetti e lettere di licenziamento per molto meno)...: insomma il perfetto pacco regalo per gli italiani e per tutti coloro che si riempiono la bocca di cambiamento.

Tra l'altro la loro kermesse mi ricorda (non ci sono stato, faccio venia, lo so) un incrocio fra quelle di CL/Azione Cattolica, le feste dell'Unità, le sagre di paese coi comici/salamelle/insulti belluini, quelle dei rivenditori di macchine che cercano di venderti l'ultimo modello della supermacchinadelcazzo.

Mi consolo con Céline:

"Per mettere in moto l'intelletto nella testa di un coglione, è necessario che gli capitino tante cose e tutte molto crudeli."

Tra l'altro questa citazione è inserita in un libro molto bello di cui scrivero' fra non molto e che si intitola "Guerriglia" di Laurent Obertone e che descrive un mondo di oggi, prossimo a venire, dentro di noi e che deve molto al romanzo di Raspail "Il Campo dei Santi"


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Quando ti fai un culo immane dalle sei di mattina per una visione privata di una ventina di stronzi che si affittano il cinema per i loro comodi come puoi non aver voglia di uccidere qualcuno?
Per fortuna c'era il ciclismo in tv.

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sabato 23 settembre 2017

Storia del West, Brasillach, Moby Dick/L'Isola del Tesoro, Chabon/Whitehead, Giuseppe Cruciani



Ho amato alla follia e la amo ancora oggi  la "Storia del West" che conobbi da bambino in una stanza d'ospedale. Ne conservo ancora tutti i numeri e mai me ne separerò. Se vi interessa fra pochi giorni esce per Bonelli un libro che ne ripercorre la storia.

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Ho riletto per l'ennesima volta in questi giorni durante le pause, al bagno, sull'autobus "L'Isola del Tesoro" e come al solito ne sono stato rapito. Moby Dick e il romanzo di Stevenson sono i pilastri della mia infanzia/adolescenza e tutti e due mi hanno fatto innamorare per la prima volta di personaggi "negativi": Achab e Long John Silver. O meglio, mi hanno insegnato a guardarmi allo specchio e a riconoscermi/ci. A scoprire quanto di doloroso e oscuro ci fosse dentro di me. Funzionarono e Moby Dick lo rileggo spesso ancora oggi come dei catalizzatori del mio cuore. Come delle medicine curative e insieme come un abbraccio che mi ha fatto e mi fa sentire meno solo.

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Due romanzi che aspettavo da tanto tempo e che stanno per arrivare:


-qui-


-qui e di Chabon non smettero' mai di suggerire lo straordinario "Il sindacato dei poliziotti yiddish":

  
e di cui avevo scritto qui.

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Di Cruciani penso tutto il bene e tutto il male possibile. In realtà gli voglio bene perché ci ritrovo molto di me. Leggero' questo libro che mi viene regalato da una cugina supervegana ma che si scoperebbe Cruciani anche in mezzo alla strada.

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Alla politica preferisco i campionati del mondo di ciclismo di Bergen.

giovedì 21 settembre 2017

Lawrence Osborne


Sotto il temporale i neon erano traslucidi, infantili. Oltrepassarono il Sorya Mall, uno spazio aperto pieno di bar e divani, e alla fine arrivarono nella Strada 136 e davanti all'internet café, dove il guidatore lo depositò. Bagnato fradicio, si precipitò dentro e al prezzo di mezzo dollaro si sedette a un terminale dietro la vetrina.
Aveva pensato di controllare l'email, ma adesso non ne era più tanto sicuro. Entrando nel suo account avrebbe rivelato agli eventuali interessati dove si trovava. Non sapeva chi poteva averlo cercato fino a quel momento, ma alla lunga la sua ragazza a intermittenza, Yula, si sarebbe preoccupata, e magari anche i suoi genitori; incredibile, ma non aveva pensato a loro. Poteva essere decisivo aprire Gmail. Decisivo, cioè, in prospettiva. Ecco perché temporeggiò prima di farlo.
La mano esitava sulla tastiera; via via si rilassò e la ritrasse. Doveva pensarci bene, non era più sicuro di voler tornare. Si preoccupava solo di sua madre, anche se c'erano altre cose di cui tener conto, mille faccende lasciate in sospeso dentro un'accozzaglia di responsabilità. 
Per questo rifletteva spesso su quanto lui fosse poco inglese, dato che andar via non si stava dimostrando difficile come aveva creduto. Anzi. Si rivelava facile e innocuo, almeno per lui. E se il perché andava chiarendosi ai suoi occhi, forse pian piano sarebbe parso chiaro anche a tutti quelli che aveva intorno. Non era vera e lo sapeva, ma sperava che di lì a poco andasse proprio così. Se fosse uscito dalla porta senza tornare, alla fine gli altri avrebbero capito. Non aveva senso dare spiegazioni a un coro di gente risentita. Se non erano in grado di capire, non avrebbero capito comunque. Di solito la gente apprezzava il posto dov'era nata e cresciuta. Mugugnava, sì, ma lo amava; non poteva vivere senza. Lui non era affatto così e adesso gli era chiaro. Non c'era niente del suo paese o della sua vita laggiù che amasse o che avrebbe difeso fino alla morte. Non gli piaceva niente di quel modo di vivere. Era ristretto, triviale, e la polizia osservava tutto quello che facevi e che pensavi. Era un modo di vivere che si autogiustificava come il vertice della libertà, ma una volta succhiata via la libertà non aveva ideato un'altra ragione per esistere. Non c'era nemmeno il sesso, nemmeno il sole. Però c'era l'assistenza sanitaria, tanto che se vivere costava un botto, almeno si moriva gratis. Una società fondata sulla morte gratuita.” (pp. 70-72).

È  un romanzo che mi ha fatto sognare e gelare il sangue insieme e che mi ha messo voglia di bruciare tutti i miei documenti e andarmene. 
Lo amerete se vi piacciono le atmosfere di “Un americano tranquillo”, le tenebre conradiane, se siete affascinati da un Oriente (Cambogia/Vietnam/Thailandia) che vi resta attaccato alla pelle e che non ha nulla a che fare col sushi preconfezionato, se vi piace girare in barca sui fiumi e per laghi, se vi trovate a vostro agio negli alberghi/residence improbabili e fuori mano, se quando incontrate una donna orientale ne subite il fascino appena vi guarda, se pensate che catastrofe e essere umano vanno splendidamente a braccetto, se pensate che i crimini di Pol-Pot siano stati qualcosa di davvero disgustoso, se pensate che ci sia un destino ad attendervi e che i soldi spesso siano stregati, se credete ai fantasmi come qualcosa di fisico e non di immaginario, se credete nella vendetta e che bisognerebbe portarla a compimento, se vi piacciono gli alcolici e le droghe e vi piace abusarne, se vi piacciono quelle storie che non conducono a nulla ma che non potete fare a meno di seguire, se vi piacciono i confini ma vi piace anche oltrepassarli, se vi piace girovagare fra i templi abbandonati, se pensate che prima o poi bisognerebbe abbandonare tutto e rifarsi una vita altrove con un nuovo nome e solo il presente.

mercoledì 20 settembre 2017

Boxe, Be Forest, Swans, Milano, il mio paese, Adriano Tilgher, Space Oddity

Amo la boxe e saluto con riconoscenza Jack LaMotta, uno dei grandi di una boxe che non tornerà mai più:


Per non rimanere ancorati a Scorsese a me piace consigliare sempre in tema di boxe:




-perché è lancinante-


-anche se non c'entra con la boxe ma trasmette tutto quanto rende la boxe una traversata melvilliana-


-perché la boxe è tutto-
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Due dischi rimessi in ascolto:


.un capolavoro.

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Milano e il mio paese mi fanno sempre più schifo.
Caro Kim spara il tuo missile nel centro del paese da dove provengo.
Radilo al suolo.
Fregatene di Guam.
Fammi questo regalo.
Poi ti regalo tutti i giochi della playstation che vuoi.
Anche quelli ambientati in Svizzera.
Quelli che sai tu.

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martedì 19 settembre 2017

Un bambino



C'è un bambino del mio palazzo che tutti i giorni viene rimproverato da sua madre quando rientra in casa da scuola o dalle sue scorribande.
È un bambino dal volto cupo ma dal sorriso sconvolgente.
Facile capire che ai compiti preferisce giocare coi suoi amici, sfrecciare per le strade del quartiere in monopattino e bicicletta, darsi da fare con la playstation.
Oggi, verso le 18, sua madre gli ripeteva che se non studia e viene bocciato poi da grande se ne accorgerà.
E lui, mentre sfogliavo la posta e cercavo le chiavi di casa, mi ha guardato e ha chiesto conferma.
Io gli ho soltanto sorriso e lui mi ha strizzato l'occhio compiaciuto e strafottente.
La madre mi avrebbe quasi ucciso.
Come si fa a dire a un bambino di 10 anni che dovrebbe pensare al lavoro quando ha una bicicletta con cui esplorare il suo piccolo grande mondo?
È anche per questo che non sarò mai un padre.
Ed è anche per questo che non ho mai sopportato la scuola e le sue aule del cazzo.
Il futuro che mi veniva prospettato da maestre, insegnanti, genitori, parenti mi era del tutto indifferente e insopportabile.
Mia sorella dice che oggi sto raccogliendo i frutti marci del mio modo di vivere.
Sarebbe interessante sapere quali sono quelli che ha raccolto lei visto la gente di merda che frequenta da anni.


lunedì 18 settembre 2017

Buio, It, Lawrence Osborne, Estremo Oriente, Samurai, Berto Ricci, Nocturama, il freddo




Sono stati giorni di lavoro durissimo mentre leggevo questo affascinante e torbido romanzo di Lawrence Osborne (ho gradito parecchio che l'autore abbia citato Malcolm Lowry) su cui conto di scrivere meglio nei prossimi giorni. E mentre lavoravo, cercavo di risolvere problemi, mi spaccavo le mani, la schiena, la testa, lo stomaco ripensavo a questo romanzo e a Hang e a Ooy. In giorni come questi,  dai ritmi impossibili e che si protrarranno senza tregua (salvo i riposi) fino all'estate prossima, ho sentito la mancanza dei loro sorrisi, della loro furbizia, dei loro fantasmi, dei loro corpi, dei loro abbracci, delle loro ricette, del loro essere altro. 
Peccato che se ne siano andate.
Di questo autore ho puntato anche quest'altro libro:


Per l'Estremo Oriente nutro un'attrazione fortissima.
Mio zio che ha lavorato per decenni fra Giappone e Italia mi dice che mi ci troverei bene.
Chiacchiere.
Me l'ha detto pero' anche un mio collega che ci è rimasto sei mesi per migliorare il giapponese e le arti marziali.
Poi capire che cosa sia l'Estremo Oriente è un'operazione interessante ma altrettanto vana e stucchevole.
Mi guardo intorno con nelle cuffie questa canzone e penso che nell'ultimo mese ho parlato a voce solo con la mia compagna, i miei colleghi, qualche commessa, sconosciuti per pochi minuti, mio padre e mia sorella.
Ma sto su internet e parlo principalmente solo a me stesso.

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Due uscite molto interessanti per Idrovolante Edizioni:


-qui-



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E purtroppo è arrivato il freddo.
7 gradi stamattina.
Pochi anche adesso.
Aumenta la mia stanchezza.
Mi toglie ogni forza per uscire di casa anche solo per spedire tre lettere.
Ancora peggio per andare al lavoro.
Arriva It fra poco.
Non m'interessa se sarà una boiata ma in questo momento ho bisogno di It.
Mi serve per sopravvivere.