domenica 23 luglio 2017

Libri interessanti, i vacanzieri, Massimo Volume, incontri, un bel blog, Tatranky

Libri che dovrei leggere a breve:


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Ascolto da una vita i Massimo Volume.
Praticamente da sempre.
In questi giorni questo disco è dentro la mia testa e questa canzone.
Perché non so quando, non so fra quanto ma un trasloco arriverà.
Spero il prima possibile.

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Ieri sono andato in Italia, a Como, per incontrare mio padre.
Tra andata e ritorno da Lugano sono, a dir tanto, 60 chilometri. 
E ci ho messo quasi tre ore all'andata e tre al ritorno.
Le strade erano intasate dai turisti che si riversavano sulla penisola o tornavano a casa. 
Como era un formicaio.
Ecco, in quel momento, ho pensato a tutti quei gerenti di hotel, bar, pizzerie, ristoranti che piangono sempre miseria e mi è scappato da ridere.

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Fa sempre male vedere come le persone cambiano fisicamente e mentalmente quando si trasformano a tutti gli effetti in tossicodipendenti.
Fa sempre male riconoscerle per alcuni particolari.
In questo caso sarebbe il tatuaggio di una cicogna nera.
E non l'ho riconosciuta solo per il tatuaggio.
Visto che la conosco bene.
-Sai Andre che ho incontrato Tania e non mi ha riconosciuto? 
-Tania chi?
-Tania quella che faceva salto in lungo.
-Ah Tania. Come sta?
-Bene. Ma non mi ha riconosciuto.
-Ovvio.
-Ovvio un cazzo. Una campestre la farei ancora.
-Ho sempre odiato le campestri.
-Lo so è per questo che te l'ho detto. Dovevi fare i cento e i duecento e preferivi giocare a calcio.
Ho sorriso e l'ho salutato.
Tutti e due avevamo le nostre cose da fare.

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Un bel blog che ho scoperto da poco: https://ilblogdibarbara.wordpress.com

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Canzone del giorno:



sabato 22 luglio 2017

Padri e figli, Lasch, film, Cicciolina, Daughter

Sono arrivato alla fine de "I 49 racconti" e quante lacrime ho versato dopo aver letto il racconto "Padri e figli". Oggi vedro' mio padre. E come al solito non sarà un giorno sereno.

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L'estate è spesso tempo di riletture, una di queste è "L'io minimo" di Christopher Lasch (Feltrinelli) e sempre di Lasch consiglio anche il bellissimo "Il paradiso in terra" (Neri Pozza):



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Due film che ho trovato molto belli:



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Della politica di palazzo e palazzine e talkdemenziali e tutto il resto non ho nessuna intenzione di occuparmene ma continuo a pensare che Cicciolina sia migliore di tutti i DiMaio & co dell'universo.

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Questo disco è davvero bello per me.

mercoledì 19 luglio 2017

George Romero, Bonnie Nazdam, Sergio Ghirardi, Epic45


I film di George Romero sono parte fondante di tutta la mia infanzia/adolescenza. 
Non so quante volte ho rivisto questo film e anche tutti gli altri di Romero.
Mi commuovo se ci penso perché era ancora il tempo in cui guardavo film, leggevo, ascoltavo musica con innocenza.
Era qualcosa di puro e di profondamente intimo.
Una vera figata.

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Romanzo che è sulla scrivania.

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Ho smesso di seguire tg, talkshow, infotainment.
Dei giornali salto tutta la politica e le discussioni sindacali, etiche, superflue. 
Mi chiedono spesso a quali politici, formazioni politiche, cinquestellestronze, congreghe di destra, sinistra, centro, estrema sinistra, estrema destra, sopra, sotto, cesso, latrina, teorico, scantinato si parla oggigiorno mi sento vicino.  
Risposta: a nessuno e nessuna.

A tutta questa merda preferisco i pesci che saltano fuori dalla corrente in cerca di insetti.
Un rapace che afferra una trota e se la porta via nel cielo.
I pescatori che mi sorridono sconsolati.
L'acqua gelida del lago che mi sale fino al cervello.
Un ragazzino che dispone i soldatini nel prato di casa sua.
Un gatto che cerca una carezza.
Una tossica che mangia un panino al salame.
Il vento freddo che fa volare i vestiti appesi ai fili.
Il battello che taglia in due le onde.
Una camminata in solitudine fra dimore abbandonate e barche sventrate dalla muffa.
Salire le scale e trovarti che fai ginnastica sul parquet.
Versarmi una birra e preparare un'insalata.
Parlare del più e del meno.
Leggere e cercare di scrivere.

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Uno dei miei gruppi preferiti in assoluto.

martedì 18 luglio 2017

Hemingway, La maledizione degli affetti, Magda Szabò, Il tuffo, This Will Destroy You


Rileggendo per l'ennesima volta “I quarantanove racconti” (sono arrivato più o meno a metà, al racconto “L'invitto”) riassaporo le medesime emozioni della prima volta che le lessi ma modificate dal corso del tempo, da tutto ciò che è accaduto da quella volta, in prima media, che presi in mano questo libro. 
Non avevo mai avuto una ragazza, mi sentivo triste, svuotato, solo, senza amici ma di lì a pochi mesi avrei provato tutt'altro tipo di tristezza, delusione, dolore, senso d'abbandono e avrei cominciato a non capire più come si dovesse vivere. 
La morte era qualcosa che avevo vissuto in casa con la morte di mia nonna ma è solo con la morte di mio nonno e più tardi di mio zio che avrei veramente capito che cosa significa perdere una persona che si ama, affrontare il lutto. 
Tante cose avrebbero perso di senso, avrei vissuto nuove esperienze, avrei sfiorato la morte più volte, sarei scappato dalle mie responsabilità, avrei incontrato il sesso, la droga, l'alcool, l'amore, il tradimento, il lavoro.
Degli stessi miei genitori cominciavo a cogliere lati che mai mi sarei sognato di trovare e mi sarei scontrato con la loro frustrazione.

Tutte le volte che apro questo libro c'è un racconto in particolare che mi commuove sempre e che è mi ha spinto nell'adolescenza verso la scrittura e sto parlando de “La fine di qualcosa” che un fantasma che s'aggira lungo il mio “La maledizione degli affetti”.
Dentro a questo racconto ci sono un paese che scompare, una spiaggia, un amore che finisce, l'adolescenza, l'amicizia, la solitudine.
Tutto in poche pagine praticamente perfette.

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Su Il Foglio Annalena Benini ha scritto un bell'articolo su un romanzo straordinario: "Storia di Emerenc, che non apriva mai la porta ma spalancò il cuore a Magda"

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domenica 16 luglio 2017

Lago, Hemingway, Bestemmia contro la democrazia, Nine Inch Nails

Ho sempre amato quando uscivo da scuola e poi dal lavoro, stanco, distrutto, sporco, andare verso il lago e trovare a pochi metri dall'acqua un tavolino in un bar, una panchina, due gradini, un angolo isolato e bere un caffè, una birra, un bicchiere di vino, una spremuta.
Lo faccio ancora adesso.
Leggere un libro, i giornali, non fare nulla. 
Il lago mi dà forza.
E tante volte me ne dimentico e penso a improbabili mete lontane.
Da domani tornerò a stargli vicino.
In vacanza per due settimane ma stando qui, a Lugano, a due passi dal lago.
Camminerò tanto vicino a lui portandomi dietro questo libro micidiale, nella copia di mio padre:


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Ne parla qui Silvia Valerio.
Delle mie amicizie non mi vergogno affatto.

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giovedì 13 luglio 2017

Di notte (Esenin, Thom Jones, Paolo Mascheri, Salinger, Fine Before You Came)

...La luna è morta,
Alla finestra illividisce l'alba.
Ah, notte, notte!
Perché tanto scompiglio?
Sto col cilindro in capo.
Nessuno è con me.
Sono solo...
E lo specchio infranto...” (Sergej Esenin)

Stanotte, verso le 3, mentre non riuscivo a riprendere sonno e cercavo fra letto e divano di trovare l'ultima ora e mezza di tranquillità prima di prepararmi per andare al lavoro nella mia mente si confondevano varie immagini, ricordi, letture, pulsioni come la sfrontatezza di una portoricana che si era presentata al cinema vestita da pin-up per consegnare un curriculum e intanto che aspettava l'arrivo del direttore si era comportata da stupida con me chiedendomi di mettere una buona parola per la sua assunzione, la stessa poi che avrei rivisto nel pomeriggio fuori da un bar, senza i trentacinque centimetri di tacco e la minigonna, ma con lo stesso push-up scollatissimo, le stesse labbra a cuore vermiglio, la stessa sfrontatezza nel prendermi per il culo da marciapiede a marciapiede e intanto davanti alle mie dita si confondevano i racconti dell'ormai fuori catalogo "Ondata di freddo" di Thom Jones (Minimum Fax, traduzione di Martina Testa): 



Rimase steso al suolo per un momento. Il dolore era terribile ma la paura cominciò a svanire. In qualche modo aveva varcato una parta oltre la quale il dolore regnava ancora su di lui, ma la paura non più. Avrebbe voluto ritirare la preghiera. Gli sembrava il gesto più vigliacco di tutta la sua vita. Era stato un gesto di conciliazione, e in quanto tale contrario alla sua natura. Moses tentò di rialzarsi in piedi alla meglio, scivolando sul suo stesso sangue. Voleva andarsene a testa alta, con la pistola in pugno. Come Jesse James e Cole Younger. John Wesley Harding. Avrebbe potuto restarsene in Africa e diventare un novello Hemingway, invece del tipo di dottore che prescrive antidolorifici agli attori della TV. Porca troia! Mollò qualche altro cazzotto al sacco.
Il dolore gli si irradiava per tutto il braccio sinistro, paralizzandoglielo, ma Moses spinse avanti la testa e sferrò al sacco un paio di destri, poi la chela incandescente di aragosta lo strinse ancora di più. Il dolore era assoluto. Moses si accasciò in posizione fetale e lanciò un piccolo strillo involontario, come una donna. Cercò di rimangiarselo e di trattenerlo. Aveva paura che Linda lo sentisse. Lei era un dottore in gamba: aveva paura che potesse salvargli la vita.” (“Ooh Baby Baby”, pag. 166)

le pagine di “Poliuretano” di Paolo Mascheri (Pendragon)  e c'è così tanta bellezza in queste 108 pagine che resto sempre senza fiato tutte le volte che apro questo libro...


L'odore di resina usciva dalle bocchette del cruscotto. Ho guidato con prudenza. Ho sempre paura di bucare per queste strade deserte.
Ho parcheggiato e abbiamo imboccato a piedi il sentiero verso la spiaggia.
Ellì camminava dietro di me e io ogni tanto facevo finta di inciampare finché non si è aperta la spiaggia davanti a noi.
Il mare screpolava contro le scogliere.
Tutt'intono si innalzavano alti fusti di stramonio. Avevano dei frutti gialli simili a banane.
Ci siamo sistemati vicino ai bagnasciuga. Non c'era nessuno. Si intravedeva in lontananza su un pendio uno sciame di lavanda. Era tutto perfetto. Ho aperto lo zaino e ho aspirato l'odore del pane, di crema abbronzante all'olio di cocco e salsedine. Ellì si è stesa al sole. Il mare sfiorava i suoi piedi senza riuscire a bagnarli. Ho avuto per un attimo la sensazione che potessi rovinare tutto e l'attimo dopo mi sono odiato per questo.
Ellì si è addormentata. Ho guardato l'orologio. È l'una del giorno. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Spero che rimanga sereno. Spero non arrivi nessuno. Sono rimasto a guardare Ellì, la linea di pelle bianca non abbronzata a causa del reggiseno. Non c'era niente che potessi desiderare.” (“Compendio di anatomia umana”, pag. 108)

e poi ecco la figura in nero della  ragazza coi capelli rossi che spunta da dietro la tenda di un appartamento del palazzo oltre la strada seduta su una sedia in plastica a fumare a tutte le ore del giorno, annoiata, in lacrime e immancabilmente come tutte le notti, da 25 anni a questa parte, son finito per immedesimarmi in Seymour che vive qui, dentro di me, e non solo in “Un giorno ideale per i pescibanana” di Salinger:



Scese al quinto piano, percorse il corridoio ed entrò al numero 507. La stanza odorava di valige nuove e di acetone.
Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l'aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell'arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra.” (pag. 26)




mercoledì 12 luglio 2017

Due righe su "Da mozzo a scrittore" di Mario Appelius (Oaks Editrice)


“Da mozzo a scrittore”, autobiografia di Mario Appelius pubblicata nel 1933 e meritoriamente riproposta quasi novant'anni dopo da Oaks Editrice con un'introduzione di Livio Sposito, è una lettura affascinante che consiglierei di affiancare a quella del saggio che Stenio Solinas ha dedicato a Henry de Monfreid “Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l'ultimo avventuriero" (Neri Pozza)
Se Henry de Monfreid sembra a tutti gli effetti un personaggio uscito dalla penna di Emilio Salgari, da un romanzo cappa e spada, una strana incarnazione fra Mister No e Corto Maltese, Mario Appelius (uomo purtroppo ricordato dai più esclusivamente come la voce fascista che dalla radio tuonava contro gli alleati) è l'incarnazione dell'uomo avventuriero fai da te, oserei dire dell'italiano fai da te che incontra il mondo, che abbandona la penisola portandola come un vessillo in giro per il mondo. Un moderno esploratore giornalista, un scrittore di reportage, un fotografo in parole di mercati e bordelli, di porti e piantagioni, di navi e profumi. L'uomo che non sopporta le costrizioni familiari, che finisce adolescente su una nave come mozzo e che poi viaggerà per tutto il globo, finendo poi per raccontare sulle pagine de Il Popolo d'Italia le sue straordinarie avventure, i suoi indimenticabili viaggi che animarono il cuore anche di mio nonno. 
Avventure, quelle di questa autobiografia, che vengono romanzate, riarrangiate, abbellite con punte di evidente retorica (soprattutto nell'ultima parte) ma che si trasformano nell'incarnazione, anche in forma stilistica, della curiosità e dell'insofferenza di un uomo incapace di marcire nella fossa di una vita mediocre, da borghese, da privilegiato e del risveglio/rinnovamento dell'Italia che grazie alla Prima Guerra Mondiale e al Fascismo riassume coraggio, rialza la testa, smette di vergognarsi di se stessa. 
Tanti sono i passaggi memorabili di questo libro, come le esplorazioni dei bassifondi egiziani, l'episodio della costruzione della ferrovia con annesso scontro armato coi neri in rivolta in cui emerge tutto il genio e la composta fierezza italica, le commosse dediche ai nostri connazionali immigrati in tutto il mondo e spesso dimenticati dallo Stato oppure le sensuali pennellate che Appelius dedica alla donne, spesso ragazzine, vergini, che lasciano un segno indelebile nella sua vita e che faranno sicuramente storcere il naso ai benpensanti moderni ma irretisce anche il resoconto del tentativo fallimentare di impiantare una piantagione di cocco che ha lo stesso respiro di un romanzo conradiano e poi tutti quei passaggi che riportano (o fanno sognare) in vita mondi, civiltà, usi, costumi, zingari truffatori, differenze spazzati via oggi dal verbo del mercato, del consumismo, del turismo assassino e complice nella trasformazione di paesaggi e paesi in villaggi turistici, in immagini cartolina. 
Mario Appelius non era un turista, non era nemmeno un viaggiatore col biglietto di ritorno in tasca e le sicurezze di un lavoro ad aspettarlo. 
Mario è il ragazzino dentro di noi che fugge dal collegio per non soffocare, che si inventa una  famiglia francese per sopravvivere e esplorare quella parte di mondo in cui è finito, che diserta da una nave mercantile, che aizza alla rivolta i cadetti di un'accademia militare, che spara e che uccide, che si fa complice di truffe, che sfida la famiglia, che imbroglia, che s'inventa lavori improbabili, che finisce in catene, che vive il mondo fino all'ultimo respiro in maniera disordinata e vitale, che non si vergogna di essere italiano.
Altro che i turisti per caso, gli scrittori da vetrina, i vacanzieri dalla vita che sbarcano a Goa o in Amazzonia a a Berlino o nel Tibet o in India, i documentaristi da viaggio vacanze, i custodi buonisti della propria insignificante superiorità morale conservata in qualche guida turistica o in qualche ricordino/foto/video spiritualcommercialeavventurierovero da riportare a casa.
Mario Appelius non l'avrebbe mai sopportata questa gente.