martedì 12 dicembre 2017

"Aquarium" di David Vann (La Nave di Teseo)



Acquarium” di David Vann (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) è un romanzo straziante e commovente, dall'atmosfera quasi fiabesca, che mi ha lasciato gli occhi gonfi di lacrime al termine della lettura. 
L'ho comprato nell'unica vera libreria della città dopo essere uscito stravolto dal lavoro, sono tornato a casa e ho cominciato a leggerlo finendolo nella notte. 
Ho dovuto bere un paio di birre alla finestra per quietarmi l'animo.
L'immedesimazione in un protagonista non è sempre sinonimo di buoni libri ma in questo caso mi sono totalmente immedesimato nelle due figure femminili: la dodicenne Caitlin trascorre tutti i pomeriggi dopo la scuola all'Acquario di Seattle, ammirando di pesci di tutti i tipi e parlando quasi come una fata con loro (tutte le pagine ambientate davanti alle vasche sono memorabili e che bello scoprire pesci che nemmeno immaginavo e bello vederli anche disegnati nel romanzo), sognando un futuro da ittiologa e la madre, single, Sheri, operaia specializzata al terminal dei container, con un'adolescenza terribile alle spalle trascorsa ad accudire la propria madre morente, e che cerca in tutti i modi di regalare alla figlia un futuro migliore. Due personaggi tratteggiati con grazia dall'autore in tutte le loro contraddizioni e i conflitti che esploderanno (tornerà per farsi perdonare dell'abbandono il padre di Sheri, nel quale l'immedesimazione non è avvenuta e che onestamente è forse l'anello un po' più debole del romanzo, e farà esplodere la situazione), nei loro sogni, nelle loro pulsioni sessuali (Sheri è innamoratissima di Shalini, una bellissima ragazza indiana), nel dolore che stanno vivendo e in quello che hanno causato, causano e continueranno a elargire senza forse nemmeno volerlo. 
Leggere le splendide e atroci pagine in cui la madre costringe la figlia a vivere per due giorni le stesse esperienze da lei vissute quando accudiva la propria madre allettata è stata un'esperienza umana e letteraria imperdibile (al limite dell'autolesionismo) e in queste pagine l'autore offre il meglio di sè per come ha saputo coniugare precisione chirurgica dello stile (l'autore scrive come un'onda marina), tensione emotiva e sguardo lucido sui protagonisti, senza mai ricorrere a gratuiti escamotage per far piangere a comando il lettore e ho sentito nella pelle il corpo prosciugato di mia nonna scossa dal Parkinson che per due anni nei fine settimana veniva lavata, cambiata, nutrita, pulita da mio padre e mio zio e quanto li distrusse fisicamente e psicologicamente quell'esperienza e il corpo di mia madre ridotto a uno scheletro quando le cambiai pannolone, vestiti tutti sporchi e la vidi nuda e morente e la misi sul letto e le feci male perchè toccarla le faceva male e lei che mi diceva “Mi fai male, mi fai male, svegliati Andrea, svegliati, fai qualcosa che abbia un senso nella tua vita!!!!!!!” e io che non sapevo più come muovermi e lei che mi dava istruzioni e io che masticavo vomito, rabbia, dolore, parolacce e quando poi mezz'ora dopo riuscii a metterla a letto, a farla addormentare e mio padre tornò a casa dalla farmacia, corsi fuori di casa e cominciai a correre e arrivai fino alla Cappella della Peste e ci trovai un bambino che pregava in ginocchio su una panca e pensai di avere le allucinazioni perchè somigliava tutto a me quando andavo in quella chiesetta e pregavo per cancellare tutti i miei problemi.
È come se David Vann riuscisse sin dalle prime pagine di questo romanzo a immergerci dentro a una delle vasche dell'acquario e a farci nuotare insieme ai pesci, scoprirli nell'oscurità, chiederci che cosa ci stiamo a fare al mondo, qual è il nostro legame con l'esistenza altrui e soprattutto ci porta laggiù dove si muovono pesci dalle forme inusuali, dai colori splendidi e vite sconosciute per farci riflettere su cosa significhi perdonare ed essere perdonati, se si può o si deve dimenticare il passato e ripartire e se ripartire in quale forma bisogna farlo? 
E ci sono volte, almeno per quanto mi riguarda, che solo stando a mollo nell'acqua calda di un mare o davanti alle vasche di un acquario ho trovato la forza di perdonare, ben consapevole di aver perso per sempre l'occasione più grande per essere perdonato di tutto quello che avevo fatto.

Lascio un estratto e qualche foto di pesce citato in questo libro: 

Mio nonno adesso stava guardando gli altri pesci mandarino, il volto così vicino al vetro che quasi lo toccava. Hai ragione, disse. È quasi lo stesso motivo. Sembra così casuale, ma hanno tutti e due cerchi sulla schiena, uno davanti e un altro più piccolo dietro. Ognuno leggermente diverso pur seguendo un qualche modello. Come se ciascuno di noi si rifacesse a un modello. Come se da qualche parte ci fosse la forma della mia vita, e avessi avuto la scelta tra alcune variazioni, ma non troppo distanti dal modello.
Ricordo che lo disse perché ci ho pensato spesso da allora, all'idea che non ci allontaniamo mai molto, che quella che pare una scoperta è solo la rivelazione di quanto era nascosto ma presente, in attesa. Lo ricordo perché credo possa essere una via per arrivare al perdono, comprendere che per quanto violenta, per quanto spaventosa fosse mia madre, ciò non era dovuto al caso, ma era almeno in parte inevitabile, perché il processo che l'aveva portata a essere quello che era si era messo in moto molto tempo prima e lei aveva sofferto di quel lato della sua personalità tanto quanto me. E nell'attimo in cui mi aveva guardato con disgusto, come se fossi un mostro, non aveva potuto nasconderlo perché era sconvolta. Quando ripenso a tutto quello che accadde quel giorno, mi sforzo di rammentare che era arrivata al limite di sopportazione, mi sforzo di ricordarla prima che mio nonno ricomparisse, prima che fosse messa sotto una tale pressione, quando arrivava a casa e crollava a letto e lasciava che le crollassi addosso e mi aggrappassi a lei come un pesce rana, le mani e i piedi infilati sotto di lei, la morbida possente montagna del suo copro sotto di me, e sembrava che fossimo il mondo intero.” (pp. 276-277)

domenica 10 dicembre 2017

quando muoiono i cugini

quando muoiono i cugini di tumori al pancreas
e lasciano figli adottati e debiti su debiti dal Brasile alla periferia milanese
tu puoi solo restare a pensare a quanto costa un bicchiere di vino bianco in un bar di periferia
o accendere una candela al primo santo che incontri per strada
e cercare un parcheggio per fare spesa
e intanto guardare scendere la neve
e stare male da cani
perché non c'è detersivo che possa cancellare tutto quel bianco che ti fa puzzare l'anima di cancrena
e quando muoiono i cugini che ci hai parlato tre volte negli ultimi dieci anni
e ci hai parlato di morte e morte e morte
sai che almeno ci saranno altri cimiteri da visitare
altre candele da accendere e altri fiori da acquistare
e allora sorridi
perché almeno avrai qualcosa da fare per continuare a vivere






venerdì 8 dicembre 2017

La solitudine di mio padre e il Natale; Myrkur; Aquarium -David Vann

Io e mio padre non andiamo d'accordo. 
Da anni viviamo in un regime di pace apparente o guerra fredda. O meglio lui si diverte in scaramucce continue e provocazioni, io cerco di non reagire. Salvo poi esplodere e farlo quasi piangere. Ma quando si avvicinano le feste di Natale gli viene quasi impossibile nascondere la sua solitudine e quanto gli manchi mia madre. Perché mia madre durante le feste diventava la donna e madre migliore al mondo. Dai primi giorni di dicembre fino all'Epifania mia madre viveva in uno stato di euforia continua, poi il 7 di gennaio arrivava l'effetto down che mi faceva ridere un sacco. Natale era per lei un'esplosione di desideri da esaudire perché aveva vissuto un'infanzia e un'adolescenza da sottoproletaria al limite della povertà e invece da adulta poteva permettersi molte cose che prima erano solo un miraggio o almeno, si permetteva mandando in crisi nera le finanze di mio padre che le ha sempre lasciato fare quello che voleva. 
Parlo dei regali, del panettone, degli addobbi natalizi. 
Tutto all'insegna di una delicatezza e bellezza fuori dal comune.
Per esempio parlo di palle di vetro, le ultime quattro che ha comprato, per l'albero a 40 euro l'una.  
Senza di lei la casa di mio padre è glacialmente vuota.
Si sente la mancanza di mia madre.
Non serve avergli fatto l'albero o il presepe dopo una discussione con mio padre e mia sorella durata tre giorni perché, non ci crederete, ma scegliere quali addobbi usare è una faccenda complicatissima: ci sono otto scatoloni interi di addobbi.
Nella casa manca mia madre che aveva un quaderno rilegato in pelle che era il diario di ogni Natale con dentro ricette, incontri, regali, propositi, appunti, errori.
Per riportarla in vita mio padre cammina come uno zombie per le strade di Milano, Bergamo, Como, Lecco entrando ed uscendo dagli stessi negozi e bar dove entrava mia madre.
Andando alla disperata ricerca del Panettone Vergani che acquistava mia madre.
Lo fa con meticolosa dedizione ma il vuoto resta e non c'è niente che possa riempirlo.
So che avrebbe voglia di un nipote o di una nipote ma io e mia sorella non esaudiremo mai questo suo sogno.
Mia madre non aveva mai sopportato che io avessi smesso di festeggiare il Natale ma mi chiedeva disperatamente di darle ancora una mano nei suoi acquisti e follie. Di soldi ne spendeva a valanga. Essere nipoti o conoscenti di mia madre era un privilegio e una fortuna. Ricordo ancora che per un paio di guanti che doveva regalare a una sua amica la dovetti portare fino a Bergamo (ho stampato in testa le tre ore di colonna a tornare per colpa di un incidente) visto che mio padre era a Nottingham per lavoro. 
Per me il Natale è invece sempre stato all'insegna della falsità. 
Sorridevo per far contenta mia madre ma non vedevo l'ora che le feste finissero, che i parenti se ne andassero da casa nostra, che ce ne andassimo il prima possibile dalle case dei parenti.
Mi hanno sempre messo angoscia e sono sempre stato male durante le feste.
Adesso solo l'idea di festeggiare il Natale mi mette la nausea.
Tutte le volte che ci penso vedo mia madre morente distesa sul divano accanto all'albero di Natale.
E poi chiudo gli occhi e la vedo che mentre mangiamo piange pubblicamente per la prima e unica volta durante la  sua malattia. Un pianto straziante che ho ancora nelle orecchie. 
E quando smette di piangere mia madre mi guarda e mi dice "Adesso puoi tranquillamente smettere di festeggiare il Natale".
L'idea di sedermi a un tavolo e mettermi in bocca qualcosa, senza che io ci trovi la minima ragione, mi mette la nausea.

Quindi non parlatemi più di Natale che mancano ancora tanti giorni e solo quando si spegneranno tutte le luci, a Gesu' Bambino i pastori avranno messo il pannolone, Babbo Natale sarà tornato a fare le orge con le renne e gli elfi e la Befana si sarà tolta il trucco potro' finalmente tornare a respirare aria leggermente meno inquinata.

(Dimenticavo una cosa: mia madre da quando avevo 7 anni ha sempre fatto preparare il presepe a me.
E la faccenda è complicatissima perché non avete idea di quante statuine sto' cazzo di presepe è fatto e, ovviamente, mia madre non gradiva riutilizzare il muschio finto e allora ogni anno vai a ricomprarlo. Da piccolo c'era quello vero e allora vai a cercarlo e tutta quella cazzo di puzza di muffa in casa.....)
Adesso la versione è alleggerita anche perché sono aumentati i libri e i dvd di mio padre ma fino a quando era in vita dovevo preparare un piano presepe come quello per lo sbarco in Normandia)

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Lo leggero' nei prossimi giorni. Da piccolo non mi piacevano gli acquari ma l'ultima volta che sono stato all'Aquario di Genova sarei rimasto per ore a vedere i pesci girare e girare.

mercoledì 6 dicembre 2017

Biotestamento/dolore; "Unger Khan - Il Dio della guerra"; Città amara

In Senato stanno discutendo di Biotestamento. Argomento sensibile, difficile da affrontare. Si potrebbe parlare di diritto alla vita, di accanimento terapeutico, di diritti individuali, di culto della salute e molto altro. Nella mia vita ho dovuto spesso affrontare questi argomenti perché quasi tutti i miei lutti sono giunti al termine di lunghe e strazianti malattie che hanno lasciato dietro di sè strascichi che non si sono mai risolti. Non credo che una Legge possa risolvere il dolore della vita e certe volte mi sembra che vogliamo invece a tutti i costi alleggerire il peso della malattia, altre volte che vogliamo dai malati un sacrificio immane. Non credo che ci sia un equilibrio. Vorrei scrivere qualcosa di compiuto, serio ma non ci riesco. Ho troppi dubbi dentro di me. Mio padre mi disse che la sua vita è stato un orrore durante la malattia di mia madre ma che sarebbe andato avanti per altri trent'anni in quel modo pur di poterle parlare e vedere i suoi occhi. Forse uno dovrebbe rispondere solo alla propria coscienza ma la morte, se non vi vive fuori dal mondo, non è mai una questione solamente privata. Cosi' come non lo è la vita. Non credo che la vita sia soltanto nostra. Stabilire poi il grado di responsabilità che abbiamo sugli altri e che gli altri hanno su di noi è quasi impossibile. E anche la retorica dei diritti, individuali o meno, mi convince poco.
Penso che questa casa dove vivo, la mia vita intera senza la mia compagna sarebbe vuota e non so come mi comporterei in caso di malattia o malanni. E di questo poi si sta parlando. Quando ci si deve fermare. 
Perché poi a mente fredda si puo' dire quello che si vuole ma nella pratica cambia tutto.
Mia madre era una sostenitrice dell'eutanasia ma quando si rese conto di non avere scampo non voleva sentirne parlare di eutanasia.
Fino all'ultimo volle che le dessi qualcosa per sopportare il dolore ma senza mai addormentarla perché voleva parlarmi, guardarmi, ascoltarmi e dirmi "Sei matto Andrea, quanto sei matto"
E lo so che non c'entra nulla col Biotestamento ma oggi mi sento un po' egoista.

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Uno che invece non si faceva troppe questioni sul togliere la vita agli altri era il mio adorato Barone von Ungern protagonista di questo interessante fumetto.

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Oggi è stato un giorno di riposo in cui dopo essermi alzato alle 6 e aver fatto colazione mi sono seduto sul divano e ci sono rimasto fino ad ora per leggere, correggere qualche pagina e ascoltare musica. 
Alzandomi solo per andare al bagno e prepararmi un piatto di fagioli. 
L'idea di fare altro, uscire di casa, prendere freddo, fare spesa, vedere persone mi mette solo il voltastomaco.

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Libro e film bellissimi.

martedì 5 dicembre 2017

"Una separazione", Katie Kitamura, tradimenti


Ero già rimasto felicemente sorpreso e ammaliato dal precedente “Knock out” (Isbn Edizioni) e sono stato colto dalla medesima sorpresa ammirazione leggendo l'ultimo romanzo di Katie Kitamura “Una separazione” (Bollati Boringhieri, traduzione di Costanza Prinetti) che racconta con occhi femminili una separazione in divenire, un divorzio da sancire definitivamente. Kitamura racconta, con stile asciutto, algido e spettralmente carnale, una storia d'amore giunta al termine che si riannoda nella sua fine, nelle parole da pronunciare o mai pronunciate, nella fedeltà e nella morte, nei segreti e nei tradimenti. Racconta cosa sia una separazione che non avviene mai e che ti resta avvinghiata addosso impedendoti di rivivere e di amare nuovamente.

Mentre lo leggevo mi sono venuti in mente alcuni episodi del mio passato legati al tradimento.

Una volta conobbi una ragazza molto affascinante e dopo una breve frequentazione finimmo a letto. Sembrava l'inizio di una possibile storia, seppur all'insegna del non facciamo troppi progetti, poi una sera che stavo in un bar a bere una birra ascoltai un amico di amici parlare di una ragazza e di come ci era stato a letto la sera prima. Più ne parlava più capivo che stava parlando della stessa ragazza che stavo frequentando. Ne pronunciò persino il nome e confessò di essersene totalmente innamorato. Quella sera bevvi tre birre in venti minuti. Il giorno dopo quella ragazza mi disse che mi amava. La lasciai parlare e da quella sera non risposi più ai suoi messaggi. 
Un'altra volta invece a Milano dopo un concerto mi fermai a parlare con degli amici e conoscenti. Uno di questi stava con una ragazza che mi piacque fin dal primo sguardo. Non mi usciva più dalla testa. Volevo vederla nuda. Volevo assaggiare il sapore della sua fica. Volevo accarezzarle il seno. Un amico al quale confessai le mie intenzioni mi pregò di smetterla perché quel ragazzo era una persona seria ed era veramente innamorato e che io non ero quel genere di persona, che ero ragazzo perbene e che non mi ero mai comportato in quel modo. Gli risposi che non potevo farne a meno e che me ne fregavo delle possibili conseguenze. Forse quella ragazza non era così tanto innamorata del suo ragazzo, forse non lo so, ma riuscii a baciarla, a finirci a letto e la sua fica era aspra come un limone. Ma dopo averla scopata una seconda volta non avevo più voglia di averci a che fare. Lei si mise a piangere mentre io volevo solo tornare a casa. Finì tutto quella sera anche se poi tutte le volte che ci incontravamo parlavamo, bevevamo qualcosa insieme come buoni amici. 
Un giorno trovai quel conoscente in un bar. Stava bevendo un bicchiere di vino, si voltò e me lo versò tutto addosso. Non aggiunse una parola, dimostrando di essere veramente un bravo ragazzo.
Poi tutto è cambiato, non ho più visto nessuno di quelle persone e tramite un parente sono venuto a sapere che loro due si erano sposati e che dopo due anni avevano divorziato perché lei lo tradiva un giorno sì e l'altro anche. 
Una sera l'ho incontrata in giro per la città e sembrava ancora quella venticinquenne di allora, biondissima, appesantita da mille borse dello shopping, la sigaretta sempre accesa e ci siamo abbracciati per la sorpresa. Siamo entrati in un locale, abbiamo bevuto uno, due, tre Martini. Il tempo che è volato serenamente. Ci siamo raccontati di tutti quegli anni trascorsi e poi siamo tornati alle nostre rispettive vite. Prima di salutarci mi ha chiesto “Sei ancora matto come allora?” 
“La mia compagna dice di sì...e tu?” 
“Ci sono giorni che ce l'ho così calda...non ci posso fare niente”

Un estratto dal romanzo della Kitamura:



Ne “Il colonnello Chabert”, il romanzo breve di Balzac dove un marito torna dal mondo dei morti – un'opera che una volta avevo tradotto, anche se con poco successo, non ero stata in grado di trovare il registro giusto per catturare la particolare densità della prova di Balzac, di solito traduco narrativa contemporanea, cosa del tutto diversa – il colonnello del titolo è dato per morto nelle guerre napoleoniche. Sua moglie si risposa subito, a parer suo legittimamente, e diventa la contessa Ferraud. Poi il colonnello ritorna dai morti, mandandole all'aria la vita, ed è lì che comincia il racconto.
Anche se la storia pende dalla parte del colonnello – la contessa è l'antagonista, per quanto la si possa definire tale, ed è ritratta come inesperta, manipolativa e superficiale – lavorando al libro mi ritrovai a simpatizzare con lei, fino a chiedermi se quel sentimento trasparisse dalla traduzione, se avessi scelto le parole senza accorgermene. Certo, la simpatia poteva non essere così casuale: forse lo scopo di Balzac, l'effetto che voleva scatenare nel lettore, era proprio quello. Dopotutto essere senza fede e commettere bigamia senza rendersene conto è un destino orribile.
Forse proprio per via di questa preoccupazione – che si riduce a una questione di fedeltà, i traduttori si preoccupano sempre di essere fedeli all'originale, un compito impossibile perché ci sono più modi, spesso contraddittori, di essere fedeli, c'è la fedeltà letterale e c'è quella nello spirito dell'originale, frase priva di un vero significato – in quel momento pensai a Chabert. Nel mio caso, a scatenare una crisi di fede non era l'inaspettato ritorno di mio marito, ma la sua inaspettata scomparsa: era la morte, più che la vita, a far rivivere una relazione indesiderata, a riaprire una ferita ritenuta ormai chiusa.
Non era questo che temeva Yvan? Che affondassimo sotto il peso delle macerie? La linea tra morte e vita non è impermeabile, le persone e i problemi perdurano nel tempo. Il ritorno di Chabert è in sostanza il ritorno di un fantasma – solo Chabert sa di non esserlo diventato, di non appartenere più al mondo dei vivi, ed è questo il suo dramma – un fantasma o piuttosto un homo sacer: un uomo privo di status agli occhi della legge Chabert è legalmente morto; dopo Chabert e la sua fedifraga moglie o vedova, il personaggio principale del libro é Derville, l'avvocato (il conte Ferraud – in questo caso Yvan – non compare quasi mai).
Ma anche se agiamo nell'illusione che ci sia una sola legge a regolare il comportamento umano – uno standard etico universale, un sistema legale unificato – in realltà ci sono più leggi, ecco cosa cercavo di dire a Yvan. Non era anche il caso di Billy Budd? Il capitano Vere è intrappolato tra due leggi, quella marziale e quella di Dio. Non ha modo di fare la scelta corretta, è tormentato dalla morte di Billy Budd, “Billy Budd” sono le sue ultime parole prima di morire (nel romanzo; l'opera – il libretto è di E.M. Foster – garantisce a Vere la vita, avendo Foster e Britten scelto di evitare il cliché operistico di  un ennesimo cantante che stramazza a terra nell'atto finale).
Solo quando Chabert riconosce che la sua condizione legala è separata dalla realtà - cioè che sarà sempre e solo un fantasma per la contessa, e che perseguiterà i vivi quando non dovrebbe – solo quando riconosce la molteplicità delle leggi che governano il nostro comportamento, solo allora si lascia relegare in un ospizio o in un manicomio, e accetta finalmente il suo status di homo sacer. Chabert rinuncia proprio a quei diritti che ha incaricato Derville di ottenere, vale a dire il riconoscimento del suo status di colonnello e marito agli occhi della leggere. Scivola nelle crepe, oltre il raggio della legge; cessa di esistere.” (pp.154-156)

domenica 3 dicembre 2017

I miei due dischi dell'anno 2017

La fine dell'anno sta arrivando e magari ne arriveranno altri di dischi bellissimi ma da domani io praticamente saro' assorbito solo ed esclusivamente dal lavoro fino alla fine di gennaio 2018 (niente feste, niente regali, niente giorni liberi, niente cene e pranzi, per fortuna) e principalmente mi dedichero' nei miei momenti liberi al mio romanzo e alle letture e allora questi due dischi sono  i miei dischi dell'anno e sono i due dischi fondamentali per l'atmosfera del mio romanzo e li ascolto e li riascolto e contaminano alcuni passaggi delle mie pagine.

Sono questi due sotto i dischi, che non sono solo due dischi ma anche esperienze, persone, percorsi, sfide, tensioni:


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(E il romanzo è in realtà molto intimo e delicato e lo finiro'....lo finiro'...)


E senza di loro in tutte le loro versioni non posso fare a meno.

Oaks Editrice, romanzi, assemblee politiche, Disciplinatha



Oaks Editrice è una delle vere perle del mio 2017. Libri coraggiosi, controcorrente nei fatti, di qualità, intriganti, scomodi, da riscoprire. Qui su Barbadillo un'intervista a Luca Gallesi, responsabile della casa editrice. Nell'intervista si parla anche del proposito di riproporre il mio amato Roger Nimier (non solo il suo bellissimo "Le spade" che usci' secoli or sono per l'allora straordinaria Meridiano Zero) e io spero che accada:


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Vado sulla pagina online di Repubblica e vedo le facce di Speranza, Grasso, Civati e Fratoianni. Accanto a loro vedo la parola "Futuro" e probabilmente devo aver dimenticato che Futuro significhi affidarsi a questa gente.
Meglio il Mago G.
Ve lo ricordate? 
Quello della Galbusera che coi punti vi regalava una tutta rossa come gli atleti dell'URSS?
Mia madre mi aveva fidelizzato agli Zalet della Galbusera. 
Ancora oggi voglio bene agli Zalet.

(e comunque Bersani ispira fiducia solo ai coglioni...il suo è un talento da vero piazzista in stile Arcore di sinistra)
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Sistemavo i libri in una delle librerie e ho tenuto per rileggerli questi bei tre romanzi usciti per la defunta Isbn:


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I Disciplinatha sono uno di quei gruppi che mi hanno trasformato e dato forza alla mia scrittura. Soprattutto "Abbiamo pazientato 40 anni: Ora basta!". Leggo oggi su Il Giornale che stanno per tornare e che bello! : "Oggi si scrive Dish-Is-Nein ma si legge Disciplinatha. Torna l'ala "destra" del Punk".
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venerdì 1 dicembre 2017

Leggere, Gogol', classici, aspettando

È un periodo, anche abbastanza lungo, che quando leggo non sto trovando qualcosa di nuovo veramente sconvolgente che mi segni in profondità. Sto leggendo bei romanzi, ci mancherebbe. Le schifezze o i libri che non mi interessano li sto lasciando dopo poche pagine. Ci pensavo oggi mentre lavoravo. Potrei fare tanti esempi ma stasera mi piace ricordare la volta che scoprii Philip Roth e fui talmente scosso nell'anima che per un certo lunghissimo periodo l'ho quasi evitato, nemmeno annoverandolo fra i miei autori preferiti (lo so è un comportamento assurdo ma è accaduto), o come quella volta che acquistai "Estensione del dominio della lotta" di Houellebecq e mi si fermo' il cuore ed è anche grazie a questo autore che io e la mia compagna abbiamo poi cominciato a frequentarci. La sera stessa che acquistai "Estensione" ero stato invitato fuori a bere qualcosa da un paio di amiche ma quando cominciai a leggere il romanzo mi passo' la voglia di uscire. Uscii lo stesso per senso del dovere ma trascorsi tutta la serata con la voglia di tornare a casa e a un certo punto inventai una scusa e me la svignai. Trascorsi tutta la notte a leggere Michel in cucina e la mattina avevo le occhiaie nerissime perché venivo da sei giorni di lavoro a dodici ore al giorno. Vivevo ancora coi miei e per il resto della giornata non feci praticamente nulla, se non espletare le due o tre formalità casalinghe, il pensiero fisso su quelle pagine. E ricordo ancora che provavo tanta invidia. E rispetto. E amore.
Perché per un libro sono capace di sacrificare di tutto.
L'ho fatto.
E ho anche sbagliato a farlo e me ne vergogno ma lo rifarei anche adesso.
E lo faccio anche adesso.
Nemmeno con gli esordi va meglio, anzi va ancora peggio.
E allora di questi tempi ho riletto questo capolavoro di Nikolaj Gogol' che mantiene una freschezza a dir poco distruttiva...stile, struttura del romanzo, descrizioni, la storia, il personaggio principale e tutti i comprimari....cazzo...:


e allora sto andando di riletture su riletture, magari anche solo per una cinquantina di pagine, di classici ritradotti, di racconti singoli, di libri che ho letto e riletto come le raccolte di racconti della Homes perché poi è arrivato l'inverno e bisogna coprirsi bene, sentirsi coccolati da qualcosa che ci faccia star bene.

O forse perché semplicemente, come diceva mio nonno, sto invecchiando e delle novità praticamente ne sento il bisogno solo quando sanno illuminare la mia strada che è sempre buia o illuminarne di nuove che mi facciano respirare, provare piacere, dissetarmi, spogliarmi e mettermi a nudo.

Di tutto il resto ne faccio volentieri a meno.

mercoledì 29 novembre 2017

Andrea Chénier


La prima della Scala di Milano quest'anno sarà "Andrea Chénier", opera di Umberto Giordano (un'opera che probabilmente in molti avranno conosciuto grazie al film "Philadelphia") e su Andrea Chénier scrisse, durante la carcerazione a Fresnes nel 1945, dove poi sarebbe stato fucilato, e uscito postumo nel 1947, un saggio anche il mio amato Robert Brasillach dal titolo "André Chenier", che io posseggo nell'edizione Scheiwiller del 1974:


e di cui vi trascrivo un piccolo passo:

"Il tempo ha mutilato molti dei gioielli della lirica greca, e, così facendo, ha collaborato con loro: da un verso di Saffo, da una strofa di Alceo, da un canto tutto corroso di Alcmane, infatti, nascono impressioni analoghe a quelle che ci danno le colonne rovesciate, i templi distrutti, impressioni forse ancora più toccanti di quelle che ci sarebbero venute dall'opera intatta. La pigrizia, il caso e la morte hanno conferito caratteristiche simili ai poemi di André Chénier. È evidente che questo scrittore, al pari di molti altri non amava scrivere. Gli piaceva scrivere su quello che avrebbe scritto. Per certe composizioni di venti o trenta versi si hanno uno o due canovacci, con dei versi emersi dall'ignoto, alcune righe di prosa, tutto un lungo lavoro preparatorio al quale amava dedicarsi. A volte, da questi appunti buttati giù alla svelta scaturisce una grazia indimenticabile che, a opera compiuta, si sarebbe magari dissolta in una certa freddezza. Gli scritti di Chénier non eguagliano certamente mai quelli di Pascal, e non si immaginano temperamenti più opposti di quelli dei due autori; eppure, essi avevano on comune una caratteristica curiosa di cui non conosco altri esempi nella letteratura francese: i loro scritti sono dei brogliacci."

martedì 28 novembre 2017

"Fino a prova contraria" di Annalisa Chirico (Marsilio), spunti/appunti/trascrizioni


Trascrivo alcuni appunti/spunti/trascrizioni mentre leggevo il nuovo fiammeggiante e necessario saggio di Annalisa Chirico: “Fino a prova contraria. Tra gogna e impunità, l'Italia della giustizia sommaria (Marsilio):

- A me Annalisa Chirico sta molto simpatica perché è una delle poche persone/giornalisti capaci di far girare le palle ai giornalistitrascriventi de Il Fatto Quotidiano & Co. conducendoli quasi al punto di ebollizione 
- Annalisa Chirico è una donna affascinante e ha delle gambe molto belle
- certe volte mi ricorda mia sorella che quando decide di scassarti le palle puo' andare avanti per giorni e giorni senza mai stancarsi


- Uno degli slogan più insopportabili che ho sentito nella mia vita è stato “Onestà Onestà”
- così come mi fecero orrore i lanciatori di monetine contro Craxi e in generale quella narrazione da fantasy che racconta di un popolo onesto e vilipeso che si crede migliore dei politici o delle istituzioni e che invece non lo è e che anzi è sempre pronto a vendersi al miglior piazzista, capopopolo, comico, rivoluzionario del momento
- perché Annalisa Chirico, sempre, in tv e anche in questo libro, ricorda sempre la presunzione d'innocenza e che la colpevolezza/innocenza non è data dalle intercettazioni, dai resoconti giornalistici, dalle simpatie o antipatie ma dal dibattimento e dalla sentenza
- e anche quando non sono d'accordo con lei su alcune impostazioni molto liberiste e per lei io sarei un noiosissimo ambientalista, fascista/anarchico/populista mentre lei sembra quasi aver trovato in Renzi un approdo, trovo piacevole e stimolante leggerla e ascoltarla, forse anche solo per il carattere battagliero e irrequieto che abbiamo in comune
- il suo stile di scrittura. Annalisa scrive bene, in maniera puntuale e accattivante e leggo sempre con piacere i suoi articoli
- “Viviamo nell'era della posta verità. Addio fatti, contano opinioni e umori: a prevalere è la carica emozionale degli annunci, la forza persuasiva delle opinioni, quand'anche fossero palesemente infondate, false, inventata. Il processo, attraverso il dibattimento tra le parti in condizioni di parità dinanzi a un giudice terzo e imparziale, servo ad accertare la verità giudiziaria, vale a dire le responsabilità individuali in presenza di un reato. Tuttavia la verità giudiziaria non sempre coincide con quella storica; bisogna perciò rifuggire dal delirio di onnipotenza togata: la giustizia umana può sbagliare, e tale consapevolezza è un valido argomento contro la pena capitale. Dalla post verità alla post giustizia il passo è breve . In Italia la giustizia fallace e illusoria non è soltanto quella delle sentenze ribaltate, dei verdetti di colpevolezza che si rivelano errati, delle inchieste manipolate, delle intercettazioni travisate spacciate per prove inoppugnabili. La post giustizia sembra essere l'unica ancora rimasta a cui aggrapparsi: i processi avanzano con lentezza al punto di finire falcidiati dalla prescrizione; i cittadini, fruitori del servizio, si rassegnano alla post verità di una giustizia sommaria, incentrata su verdetti preventivi e gogna mediatica, su indagini enfatizzate a scapito del dibattimento, sull'uso abnorme delle manette in assenza di condanna, meglio questo che l'impunità certa. Nell'opinione pubblica s'instilla così il pregiudizio di colpevolezza nei confronti di presunti innocenti. Se a distanza di anni una sentenza definitiva smentisce radicalmente la tesi “giustiziera”, le conseguenze del teorema sconfessato nei successivi gradi di giudizio si sono già avverate: un sindaco si è dimesso, un'azienda ha portato i libri in tribunale, un matrimonio è finito, una persona si è ammalata, qualcuno si è tolto la vita. A conferma che una post verità, ripetuta cento volte, produce effetti reali.” (pp.112-113)
- 1)una persona può liberamente decidere che la Giustizia può essere altro e venire amministrata da un tribunale del popolo, dal tribunale di Dio, da quello del Re ma se lo fa deve accettarne il prezzo 
- 2) e infatti si nota subito come il tribunale del popolo grillino si modifica a seconda delle occasioni, diventando uno strumento in mano al Potere che santifica o glorifica, che espelle o che condanna
- 3) non ho mai creduto nella Giustizia giusta e i Tribunali mi hanno sempre fatto orrore, li ho frequentati, ho seguito processi a carico di persone che conoscevo e la sensazione è sempre stata di profondo straniamento e anche sostanziale presa per il culo e pochissimo rispetto per gli imputati
- 4 ) leggere Annalisa, Il Foglio e tutti i garantisti sinceri mi permette di tenere a bada le mie pulsioni moralizzatrici e peggiori, di agionare, allargare il discorso, non diventare schiavo delle ideologie e di avere il coraggio di non vergognarmi di me stesso
- 5) ed è anche per questo che continuo a detestare la carcerazione preventiva ai danni di presunti colpevoli o del 41bis, forma di tortura ai danni di alcuni carcerati
- “Giustizia è politica perché la politicizzazione della giustizia italiana è un Giano bifronte: da una parte, taluni con indosso la toga perseguono obiettivi politici con mezzi giudiziari, acquisiscono notorietà non per le condanne ottenute ma per il clamore delle inchieste, gli arresti eccellenti, il protagonismo mediatico che si rivela poi un formidabile trampolino di lancio verso altri scranni. Dall'altra parte, una classe politica inetta e screditata politicizza la giustizia ogni qualvolta vi ricorre per risolvere questioni extragiudiziarie, strumentalizzando, all'occorrenza, avvisi di garanzia e arresti preventivi allo scopo di contrastare un avversario” (pag. 9)
- leggendo questo libro mi convinco sempre più di due cose: 1) che la prescrizione non deve essere abolita 2) che il politico non deve avere un vincolo di mandato
- prima di cominciare a leggere questo libro sui media e anche al lavoro si parlava del cane che aveva ucciso l'addestratore e giù con discussioni sui cani violenti e da abbattere, salvo poi scoprire che il cane era innocente. Nella giustizia grillina e del popolino il cane sarebbe già stato probabilmente abbattuto.
- “Giustizia e politica perché ci sono magistrati pronti a imbastire indagini e processi non per accertare eventuali responsabilità, ma per riscrivere pezzi di storia patria, per condurre campagne moralizzatrici, per legittimare cure mediche bocciate dalla scienza ufficiale, per criminalizzare apparati dello Stato in nome di una pretesa, e indimostrata, verità.” (pag. 11) e su questo punto aggiungo: come sono stati possibili, ad esempio, il caso Stamina o quello di Ilaria Capua? Due casi che sono la perfetta dimostrazione dell'intreccio carnale fra tv d'assalto al servizio del cittadino consumatore, giornalismo d'accatto, politici compiacenti e magistrati che, con la mano sul cuore puro e duro, combattono per la povera gente dimenticata dallo Stato.
- “Esiste un antidoto contro la repubblica giudiziaria: si chiama “primato della politica”. Soltanto una politica forte, consapevole della propria missione, può essere il motore del cambiamento.” (pag. 171) e sono parole che condivido pienamente, peccato però resteranno chissà ancora per quanto solo un auspicio.

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lunedì 27 novembre 2017

Manetti! Anteprima su Rockerilla

Letteratura giapponese, Marcello Veneziani, la donna perfetta, Godless, film

Due romanzi giapponesi: "La danzatrice di Izu" di Kawabata Yasunari (Adelphi, traduzione di Gala Maria Follaco e Giorgio Amitrano) l'ho appena letto e l'ho trovato bellissimo, quasi purificatore, mentre "Raffiche d'autunno" di Natsume Sōseki (Lindau, traduzione di Laura Testaverde) l'ho segnato fra i primissimi romanzi che leggero' prossimamente.


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In questi giorni intorno al tema delle violenze sulle donne si sta parlando, scrivendo, discutendo, manifestando molto. 
Avrei molte cose da dire ma vorrei solo dedicare un pensiero buono e un abbraccio a quelle mie colleghe che dalla mattina alla sera, 7 giorni su 7, non tirano mai il fiato senza quasi mai ricevere un grazie, un aiuto dai propri mariti o compagni: figli, due lavori, orari improbabili, la famiglia, la scuola, la spesa, la lavatrice, i dottori, il sesso, stirare, eccetera, eccetera, e tutto quello che fanno è dato per scontato perché sono donne, madri, figlie, compagne, troie, amanti. E loro si consumano e stanno zitte. A queste due mie colleghe va un abbraccio grande come una casa. 
Ringrazio invece mio padre che ha sempre aiutato mia madre nelle faccende di casa. Che non si è mai fatto problemi a lavare i piatti, cucinare, fare la lavatrice, passare la lucidatrice e che ha insegnato a me e mia sorella a darci da fare, sempre e comunque in casa.
E chiudo strappandovi un sorriso:






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Si sta assistendo a una rinascita del western, come produzioni, qualità e interesse del pubblico e a me piacerebbe trovare il modo di vedere la serie "Godless" di cui si parla su Far West.

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Tre film che ho visto e amato in questi ultimi anni:





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La mattina c'è una cane che mi aspetta sempre per farsi accarezzare.
Quando lo accarezzo è come se fosse lui a farlo con me.

domenica 26 novembre 2017

Eluvium - Shuffle Drones


Perchè poi la sera, stanco e senza pensieri, io preferisco immergermi in Eluvium che preoccuparmi d'altro.

sabato 25 novembre 2017

Un film imbarazzante



Del caso Emanuela Orlandi ne sento parlare fin da piccolo perché alcune volte veniva usato, a seconda dell'occasione o del fatto del giorno, come argomento di discussione/clava/provocazione coi due malcapitati religiosi di famiglia (una suora e un prete, oggi esorcista in pensione). Malcapitati che comunque difendevano e difendono ancora oggi, a loro modo, l'operato della Chiesa e il disegno di Dio.
Crescendo ho poi, anche un po' per caso e senza approfondire molto l'argomento, letto articoli e seguito trasmissioni dedicati alla sparizione della ragazza romana e allora ieri sera ci siam detti, io e la mia compagna, Visto che siamo molto stanchi e vogliamo solo staccare la spina perché non diamo un'occhiata al film di Roberto Faenza che danno su Rai3.
E allora l'abbiamo guardato questo "La verità sta in cielo" e l'abbiamo trovato tutti e due un film imbarazzante.
Dal primo all'ultimo minuto.
Sceneggiatura claudicante che, al di là dei rimandi alla realtà/indagini/verità, sembra la classica mescita di intercettazioni e ricostruzioni pubblicate sul Fatto & Co. che dopo che le hai lette, cazzo ti è servito averle lette? Cristo Dio di merda una lettura ai romanzi di James Ellroy qualcuno di questi registi la darà mai per capire come sulla sfumatura di fatti reali o presunti si possano creare scene/romanzi/film memorabili? Una Roma che sembra uscita dal peggior fondale del peggior Peplum. Un inascoltabile, improbabile e inguardabile Shel Shapiro. Per non parlare dei dialoghi che mi hanno fatto accapponare la pelle. E cosa dire di Scamarcio? E di quel cazzo di dito medio che fa una sbirra che mi ha fatto rimpiangere tutti i cazzo di serial polizieschi americani? E di questi ambienti malavitoso/religiosi che sono ritratti senza nessuna vera profondità? Possibile decidere di far uscire un film del genere su un argomento che avrebbe meritato tutt'altro respiro (anche se supportato dalla famiglia) e invece naufraga in una melassa all'italiana tutta all'insegna del fantomatico cinema di qualità civile che di qualità non ha un bel niente e che di civile ha solo l'imperativo di farti rabbrividire e spingerti a dedicarti ad altro?
E davvero, la serie "Gomorra", che manco mi piace, è di tutt'altro spessore.
Cosa salvo di questo film?
Una sola cosa: il personaggio di Greta Scarano nella parte di Sabrina Minardi, la sua straordinaria bellezza e anche la sua bella interpretazione.



Potrei parlare anche della bellezza di Valentina Lodovini ma il suo personaggio era così insopportabile che preferisco soprassedere.

Certe volte faccio cose solo per il gusto di farmi del male e ingrossarmi il fegato.

venerdì 24 novembre 2017

Mia sorella, attentati, karaoke

Io e mia sorella non è che ci vediamo e parliamo molto. Diciamo che ci vediamo, sette-otto volte all'anno, al massimo. Anche ora che io sto a Lugano e lei a Milano, quindi abbastanza vicini per allontanarsi ancora di più e litigare, discutere tutte le volte che ci sentiamo. Ma sapere che è partita per l'Egitto per il suo nuovo ciclo di scavi nel giorno di un attentato di queste dimensioni (va in Egitto credo ormai da quasi vent'anni ed è abituata a tutto ormai) mi ha comunque spaventato e fatto pensare a lei.

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Quando mi capita di riascoltare questa canzone mi viene da pensare a mio padre. Poi quando la riascolto ancora penso alla nostra famiglia. A me, mia sorella e mio cugino che non avremo probabilmente mai figli. Che non so e non sappiamo più niente degli altri miei primi cugini. Poi confermo a me stesso che è per questo che ho così tanta paura del romanzo che sto scrivendo e che ci sono giorni che non riesco nemmeno a lavorarci sopra. Perché mi porto addosso il peso di tutti questi anni e che sostanzialmente questo romanzo è dedicato alla mia famiglia. È nato da loro e lo sto scrivendo senza scrivere di loro o della mia famiglia. Ma sto scrivendo di ciò che conosco. La solo regola,  quasi spietata, che mi sono dato nella mia vita. Scrivere e parlare solo di ciò che conosco. 

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Ci sono ancora i karaoke.
E ho scoperto che ci vanno ancora un sacco di persone.
Colleghi.
Colleghe.
Loro ci vanno quando capita.
Si divertono, conoscono donne, uomini, bevono, dimenticano le fatiche del lavoro, mangiano pizze surgelate, costine, specialità balcaniche, patatine fritte.
Guardano partite alla tv, lanciano freccette, fumano all'aperto guardando il traffico notturno.
Uno di loro mi racconta di aver conosciuto ieri sera una bionda con le gambe bellissime.
Mi mostra la foto e io gli chiedo come è andata il proseguo della sera. 
Lui non risponde e mi mostra un video dove lei canta malissimo una canzone di Battisti guardandolo mentre la riprende. 
La donna che è bellissima, ancheggia, mima un ballo sensuale, svuota il bicchiere  in un sorso solo quando la canzone finisce.
I tavoli sono dozzinali e si vede gente che si sposta per andare a pisciare e fumare.
Le bariste sono vestite anni '80 e traballano sui tacchi.
Mentre mi sta parlando io respiro quel calore umano fatto di piccole e semplici cose, di bar di periferia dove l'umanità s'incontra così tanto per incontrarsi e poi torna a casa ubriaca, stanca, sporca, senza soldi, rilassata e poi la mattina si risveglia, fa colazione e doccia e torna al lavoro, con dignità stoica, e quel lavoro lo fa con serietà e nella pausa fuma una sigaretta e ripensa a quelle gambe, a quella birra e sorride, pensando al prossimo giovedì di karaoke quando rivedrà quella donna e le offrirà qualcosa da bere e le chiederà come si chiama perché il suo nome non gliel'ha mai chiesto.

In breve su "Lonesome Dove" di Larry McMurtry (Einaudi)


L'ho atteso, l'ho comprato e ho (ri)letto le sue 936 pagine in meno di una settimana.
“Lonesome Dove” di Larry McMurtry (Einaudi, nella nuova traduzione di Margherita Emo) è un romanzo western ma deluderà tutti coloro che hanno un'idea del West fatta di sparatorie con fucili che non hanno mai bisogno di essere ricaricati, imboscate, eccidi, assalti alla diligenza, duelli in mezzo alla strada, mandrie, cavalli al galoppo, paesaggi immensi, indiani feroci o sterminati. Non che nel romanzo di McMurtry non ci siano duelli, morti, scontri, lazos e ranch ma un qualunque lettore resterà  sorpreso da due caratteristiche fondamentali di questo romanzo: la descrizione psicologica dei numerosi personaggi e lo sterminato numero di dialoghi dal ritmo impeccabile che proseguono ininterrotti per pagine e pagine. A McMurtry interessa raccontare un mondo che sta giungendo al termine (siamo verso il 1876 e si vivono gli ultimi fuochi delle guerre indiane), crepuscolare, intristito, la Frontiera si sta chiudendo, i bisonti sono stati sterminati,  i territori liberi stanno scomparendo, e lo fa raccontando le piccole grandi storie di due ranger impegnati nell'ultima avventura della loro vita (portare una mandria dal Texas all'ancora per poco selvaggio Montana), di una prostituta in cerca di riscatto e di una famiglia, di immigrati irlandesi aggrappati al sogno della terra promessa, di indiani disperati che combattono le ultime disperate battaglie, di delinquenti di piccola tacca o feroci assassini, di giocatori d'azzardo e di vita (la figura di Jake Spoon mi ha commosso oggi come la prima volta che lessi il romanzo), di ragazzini che devono crescere in fretta se vogliono sopravvivere, di semplici cowboy che piangono dopo una tragedia, di tenutari di saloon che si lasciano morire per non appassire, di uomini che finiscono sulla forca accettando il proprio inevitabile destino. McMurtry ci fa conoscere, con una lentezza fuori dal tempo e con squarci di pura bellezza letteraria, le loro paure, le loro passioni, il loro senso dell'onore, la loro pochezza, i loro sogni, i loro amori. E lo fa portandosi dietro la Morte, che è il vero e proprio convitato di pietra di tutto il romanzo. La Morte che diventa il motore di nuove storie. Che lascia silenzi. Che viene interrogata ed evocata. Che diventa tombe anonime lungo la pista. Che diventa una promessa da mantenere. Che si fa generazione che scalpita. Che diventa amicizia, resurrezione, sorrisi, libertà, bellezza, sesso, caso, destino, un mazzo di carte truccato, un cavallo indomabile.



martedì 21 novembre 2017

Martedì e febbre

Anche se avevo la febbre son dovuto comunque uscire per sbrigare alcune commissioni e sull'autobus, seduta davanti a me, c'era una ragazza che leggeva questo capolavoro che prima o poi riprenderò in mano:


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Se penso a un autore del quale vorrei leggere qualcosa di nuovo, il primo che mi viene da citare é St Aubyn. Uno scrittore che praticamente, almeno a quanto sembra, non viene quasi mai ricordato eppure i romanzi che compongono la saga de I Melrose sono splendidi:




e bellissimo é anche "Senza parole":





Non smetto mai di consigliarlo come autore quando qualcuno mi chiede consigli su autori che non siano i soliti o quelli sulla bocca di tutti.

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Dieci anni fa la figlia di un'amica raccontandomi della sua esperienza in Erasmus mi disse“Zio Andrea, non sai quanti cazzi mi son fatta in Spagna. I migliori sono quelli dei belgi”.
Conoscendola non stava mentendo.
L'ultima volta che ho incontrato sua madre mi ha detto che la figlia é ancora la stessa dell'Erasmus e l'Università non l'ha mai finita e che ha trovato lavoro come OSS.

Eh sì, sto parlando proprio di voi, madre e figlia, che frequentate questo blog tutti i giorni e mi dite che sono un pesantone di prima categoria.

Fregate!
Buon compleanno Caterina e buona guarigione e grazie per tutto quello che fai col tuo lavoro!
Grazie davvero.

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La gioia di sfogliare cataloghi di prodotti per la pulizia prima di chiamare i fornitori.
Un mondo  intero che si apre davanti a me.
Sicuramente meglio di lavorare in una casa editrice o come ufficio stampa o in un giornale o robaccia del genere.

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Me lo ci vedo Dibba come prossimo Premio Strega.

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Non preoccupatevi. Tutti che piangono poi il lavoro lo trovano sempre in poco tempo.

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Film di questo genere attualmente non ce ne sono in giro:


lunedì 20 novembre 2017

A fine serata

A fine serata con le dita delle mani che mi fanno un male cane mi viene:

- da pensare che un paese e compagnia belante giornalistica al seguito, ma lo fanno in tutti i paesi, che fra le prime notizie mettono le dimissioni di Tavecchio è un paese che merita di patire le mille e mille maledizioni d'Egitto.

- da sorridere beato per l'assegnazione dell'Ema ad Amsterdam. Milano è una città che ha già subito troppo. Ci saranno valanghe di persone che si staranno mangiando le dita, in particolare albergatori, papponi, ristoratori, eccetera, eccetera. Cazzi vostri stronzi che avete rovinato questa città.

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Libri in arrivo e che leggero':





domenica 19 novembre 2017

Appunti domenicali

- Ascoltare, fingendo di stare appresso a questo concerto dopo una giornata devastante, la mia compagna inveire e infuriarsi contro Gramellini, Cazzullo, il figlio di Terzani e quell'altro della Fernet Branca su cui era incappata in una delle poche volte che accende la tv (la mia compagna è una delle persone fra quelle che ho conosciuto che guarda meno tv in assoluto), mi ha ricordato, anche se non ce n'era bisogno, quanto la amo.

- Sto invecchiando ma ci sono piccole cose che mi fanno sentire bene nei miei quasi quarant'anni e che nello stesso tempo mi fanno stare bene da sempre. 
Se guardo le foto o i filmati della manifestazioni studentesche mi salgono la tristezza e l'angoscia  e mi manca il fiato, nessun entusiasmo. Gli stessi slogan di quando ero un ragazzino, leggermente modificati, quel modo fastidioso d'intendere la musica sparata dai furgoncini, i leader studenteschi e la loro parlata, la contrapposizione con gli sbirri, gli striscioni con le parole d'ordine del momento, eccetera, eccetera. 
Invece mi riempio di ricordi buoni, di leggerezza e sogni guardando un bambino che con la bocca aperta e gli occhi sbarrati ammira i cammelli del circo. Accanto a lui il padre e la madre gli raccontano storie inverosimili su quei cammelli e sui paesi da dove arrivano. Non gli parlano di animalisti, di torture, di caccia, di estinzione. Gli raccontano fiabe e gli fanno sognare avventure incredibili.


venerdì 17 novembre 2017

Ancora su Bangkok



Ci sono libri che mi restano incollati addosso.
Potrei fare molti esempi.
Ma rileggendo “Bangkok” di Lawrence Osborne (Adelphi, traduzione di Matteo Codignola), anche per il legame che questo libro intreccia con “Piattaforma”, ho ripensato con insistenza alle migliori pagine di Michel Houellebecq. 
Quella sensazione che non sto solo trascorrendo del tempo ma che sto scavando, attraverso la lettura, dentro a me stesso e facendolo da quelle pagine me sento messo a nudo, compreso, sconvolto, illuminato, cullato, percosso, cullato e questa sensazione di benessere intellettuale ed emotiva non smette mai di abbandonarmi. 

Rileggendo “Bangkok”, a metà fra un memoir, un reportage, una guida turistica, un romanzo e permeato da una sensibilità disarmante anche nei suoi brani più cupi, si sono riattivate le stesse scosse di un tempo e da cui mi sono fatto trascinare con tanto piacere, disinteressandomi di molte delle azioni quotidiane che avrei dovuto compiere una volta tornato dal lavoro.

Trascrivo due estratti, il primo perché mi ricorda tantissimo un vecchio collega di mio padre, uomo gentilissimo e totalmente innamorato del piacere, il classico puttaniere:

A Brian piaceva mettere la sua mano tremula nelle loro, scambiarsi qualche goccia di sudore, e fare due passi fino all'albergo a ore vicino al Soi Cowboy. Gli piaceva, quel posto così sordido, e gli piacevano i soldi, le formalità, il fatto che tutto quanto si svolgesse sempre nello stesso modo. Gli piaceva che fosse una faccenda nuda, essenziale, come un ballo imparato a memoria, un passo dopo l'altro.
Ne parlava col distacco ironico di chi non si fa illusioni su se stesso, e nel suo tono sentivo tutte le qualità dell'anziano puttaniere – un tipo umano con cui quasi nessuno simpatizza, ma io sì, non so che farci. Il mondo si divide in chi pensa che la vita sia una faccenda allegra, positiva e sotto controlla, e chi no. Io no. “Non ho mai capito che cosa ci trova la gente nelle prostitute,” pare abbia detto una volta Michael Myers al suo amico Graham Greene, che ne andava notoriamente pazzo, “è come pagare qualcuno per farsi battere a tennis”. Ma in certi momenti uno vuole proprio questo, perdere a un gioco del cavolo, provare la dolcezza della sconfitta.” (pp. 105-106)

e poi il finale del libro:

Dimenando i suoi grossi, goffi fianchi maschili, Juicy è sfilata davanti alla scuola dei monaci e al caotico mercato sul fiume, fino a raggiungere un moletto con i gradini che scendono nell'acqua, come quelli di un tempio indiano. In quel punto il fiume improvvisamente si apre, diventa immenso, color latte. Gli altri sull'altra riva hanno sempre un aspetto invernale, dovuto credo all'inquinamento. Sul molo c'è una strana statua di un marinaio in uniforme che scruta Bangkok, dall'altra parte dell'acqua, con gli occhi sbarrati. Sui gradini si ammassano centinaia di piccioni in attesa del becchino. Chissà quanto sarebbe piaciuto a Felix.
Con qualche esitazione, tenendo stretto il sacchetto del pesce gatto, Juicy ha sceso i gradini, fino a  quando le onde non le hanno lambito i tacchi a spillo. Poi ha aperto il sacchetto con un certo nervosismo e lo ha abbassato fin sul pelo dell'acqua. Il pesce ha avuto una specie di contrazione nervosa. Vita o morte? Fiume o wok?
Alla fine è guizzato via, tuffandosi fra le alghe galleggianti per raggiungere un'intera colonia di suoi simili, che veniva lì sotto a mangiare le briciole sparse dai monaci. Un calderone ribollente di pesci gatto schizzati, più qualche anguilla appena liberata.
Juicy ha rabbrividito, e si è voltata verso di me. Con quegli zigomi alti, incipriati fino all'insolenza, e quell'eccesso di rosso – per tacere dell'iscrizione sul retro – era un'apparizione. E di colp, guardando lei, ho visto tutti i farang che vivono a Bangkok, e come piccole falene girano intorno alla fiamma che a suo modo anche lei incarnava. Volgare, bellissima, dura. Il sesso di un essere senza sesso, che libera pesci gatto e sa che si incarnerà in qualcos'altro. Magari in una rana. O in un uomo.
“Bai nai?” mi ha chiesto.
In quel momento mi sono ricordato perché amo il buddhismo, anche se non riesco a crederci: perché ha bandito il dramma dell'amore. Molto semplicemente, l'amore non trova posto in una visione che giudica gli animali e gli uomini, con molta chiarezza e altrettanta freddezza, per quello che sono. Le miserie dell'amore non guadagnano mai il centro della scena. Per noi, che imparaiamo a credere all'amore fin dal primo giorno, che lo consideriamo un desiderio acquisito, è sbalorditivo. L'immagine che abbiamo di noi stessi non riesce a essere così fredda. No, noi pensiamo alle nostre vite come maestosi drammi imperniati sull'amore – e naturalmente ci sbagliamo di grosso.
Mentre scendeva la sera, e Juicy e si allontanava con un sorriso altero e un po' deluso, ho ripensato ai fiumi che amavo, il Chao Praya e l'East River, e a ben vedere mi sembravano identici. Anche i fiumi possono rinascere? E i pesci gatto? E le città? Un'altra cosa che non capivo era come mai tanti anni prima, vedendo i monaci scendere al molo 10, non avessi mai fatto due più due, non avesse mai pensato che erano i monaci del Wat Rakhang. In un certo senso mi avevano sempre fatto compagnia, ma non avevo mai pensato che fossero reali. Li consideravo immaginette di un'altra epoca, sottovalutando fino a che punto fossero vivi.
E così ho ripensato a loro. A loro in non so neanche più quale anno, che scendevano dai taxi d'acqua a Wang Lang. Alle loro tuniche, ai loro ombrelli di plastica, ai rosari, e al modo in cui guardavano in alto, verso l'uomo sperduto che beveva un gin tonic in terrazza. Sì, al modo in cui guardavano il nuovo arrivato nel suo piccolo angolo di paradiso impermanente, con l'aria ironica e distaccata di chi si chiede, “Allora, è questo, un uomo solo?”. (pp 259-260)