mercoledì 23 agosto 2017

Donald Ray Pollock, A Thousand Hours


"Knockemstiff" mi era piaciuto tantissimo mentre "Le strade del male" era un po' inferiore. Adesso sono molto curioso di leggere questo "La tavola del paradiso" (Elliot).

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Un bellissimo disco  scoperto grazie a Manfredi.

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La televisione spenta.
La accendo solo, quando posso, per guardare il ciclismo.

Un estratto da "Mishima e la restaurazione della cultura integrale" di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar)


Mishima e la restaurazione della cultura integrale” di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar, 1980, collana Sannō-kai) é un saggio consigliatissimo a tutti gli amanti di Mishima e dei suoi romanzi e di un certo tipo di cultura giapponese. 

Lascio un estratto dal capitolo terzo “l'interpretazione della cultura giapponese”:

Nel 1970, Mishima riunì in un solo volume “Eirei no Koe”, “Yukoku” e “Toka no Kiku” (Il crisantemo del decimo giorno), una delle sue migliori opere teatrali, ispirata all'Incidente del 22 febbraio rappresentata al Bungaku-za nel novembre del 1961 in occasione del 25º anniversario della fondazione di questo gruppo teatrale. Questa trilogia sul “Ni-ni-roku jiken to Watakushi” (L'incidente del 22 febbraio ed io), nel quale si possono leggere, fra l'altro, certe interessanti conclusioni su questo “ciclo” dell'opera di Mishima:

“Scrissi “Patriottismo” dal punto di vista del giovane ufficiale che non poteva fare a meno di scegliere il suicidio perché non avrebbe potuto partecipare all'incidente del 22 febbraio...
Certamente qualche grande dio morì quando fallì il “Ni-ni-roku jiken”... quando fui ventenne...avvertii qualcosa della terribile crudeltà della morte di quel dio... Per molto tempo fui incapace di capire la connessione, ma quando scrissi “Toka no Kiku” e “Yukoku” apparve un'ombra scura nella mia coscienza –  e poi scomparve di nuovo senza assumere una forma definita...
Ma ogni volta che considero la questione non riesco a trovare il modo di trattare il ningen sengen (la dichiarazione della natura umana) dell'Imperatore. La storia del periodo Showa è divisa in due dalla sconfitta in guerra, e uno come me che ha vissuto tutti e due i periodi dell'era Showa non può fare a meno di desiderare costantemente di trovare una continuità reale e una base per una consistenza teorica. Questo sembra perfettamente naturale per un uomo, sia o non sia egli uno scrittore. La dichiarazione del ningen sensen da parte Ni-ni-roku jiken”; così iniziai “Eirei no Koe”, può sembrar strano che usi la parola “estetica” in tal contesto. Ma giunsi ad intuire che esisteva una salda, massiccia roccia a fondamento della mia esistenza – il sistema imperiale”.

Questo brano, che ha attirato immediatamente l'attenzione di critici e studiosi, viene considerato di fondamentale importanza per comprendere l'atteggiamento di Mishima di fronte alla cultura giapponese. Mishima muove innanzitutto dalla constatazione di una grave frattura apparente nella continuità di questa cultura. La frattura è costituita dalla sconfitta del 1945, che sembra aver segnato la fine non solo di un'epoca ma di tutta una cultura, e l'inizio di una nuova. La frattura, però, comporta un problema personale per lo scrittore che ha vissuto ambo le parti di questo periodo e desidera trovare una spiegazione al fatto che, pur terminando una civiltà, i singoli rimangono. È, la sua, esigenza di “trovare una continuità reale ed una base per una consistenza teorica. Si tratta del problema che, dall'era Meiji in poi, ha sempre assillato gli intellettuali giapponesi, posti di fronte al dilemma della scelta tra le due culture. Gli spiriti più illuminati si sono sempre rifiutati di effettuare questa scelta, preferendo volgersi a scoprire una qualche forma di sintesi. Nel caso di Mishima – e degli altri che, come lui, hanno subito il trauma della sconfitta – la scelta si pone in maniera più drammatica che per gli intellettuali dei periodi precedenti, trattandosi di scegliere tra due parti della propria esistenza, con il rischio di rinnegare una parte di sé stesso. Egli, dunque, si chiede se questa drammatica frattura in effetti non sia solo apparente, giungendo alla conclusione che esiste un fattore di continuità, “una solida massiccia roccia” e cioè la figura dell'Imperatore. Da tale conclusione, inoltre, egli ritiene di derivare una chiave per interpretare tutta la cultura giapponese: ovvero il sistema imperiale forma l'elemento di continuità e quindi il fondamento stesso di tutta la cultura giapponese. Un altro particolare degno di nota è che Mishima parla di fondamento della sua “estetica”. Ciò significa che l'interpretazione della cultura e del mondo, a suo giudizio, non deve ispirarsi a criteri razionali, ma a criteri artistici e passionali: la bellezza deve essere il metro di misura della civiltà. E proprio nel bello – come già aveva affermato Yasuda prima della guerra – egli riconosce l'essenza della cultura giapponese.” (pp. 39-41)

martedì 22 agosto 2017

Squalo della Groenlandia


Dopo la fine del Liceo la mia professoressa di biologia mi chiese, nell'atrio del collegio, le ragioni della mia mancanza di applicazione in Chimica e Biologia, della mia poca voglia di studiare e memorizzare, dei miei voti scadenti e mi ricordo che le risposi (in maniera presuntuosa e fuori luogo perché ero solo uno sfaccendato) che di tassonomico avevo già quel capolavoro che è "Moby Dick".

Da oggi ho anche "Il libro del mare. O come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare" di Morten A. Stroksnes (Iperborea, traduzione di Francesco Felici) da poter usare come risposta.

Tra l'altro ho avuto per anni un rapporto conflittuale con quella professoressa...poi solo quando smisi di studiare mi resi conto che in realtà era forse la professoressa piu' affezionata a me.

Lascio due estratti da questo bellissimo libro pieno di spunti, riflessioni e avventura:

"Quasi tutti sanno che il ceppo di merluzzi più ricco del mondo si riproduce al largo delle Lofoten e delle Vesteralen. Ma queste stesse aree marine sono estremamente importanti anche per l'ippoglosso, che si riproduce in inverno, e l'aringa, che lo fa a primavera. Inoltre non mancano ricche popolazioni di scorfani di fondale, merluzzi neri, eglefini, pesci diavolo, rane pescatrici. Tradizionalmente ci sono anche milioni di uccelli marini, come in altre zone costiere della Norvegia. D'altra parte, molte popolazioni sono calate in modo allarmante. Le ragioni sono complesse, ma uno dei fattori è probabilmente che parecchie specie di pesci da cui gli uccelli dipendono, come ammoditi, mallotti, potassoli e merluzzetti norvegesi, sono sottoposti a una pesca smodata. Tra l'altro non per uso commestibile per gli uomini, ma per i salmoni di allevamento.

Può stupire sapere che al merluzzo e alle compagnie petrolifere piace la stessa cosa: il plancton. Mentre il merluzzo se lo mangia fresco in mare, le compagnie petrolifere lo preferiscono invecchiato duecento milioni di anni e trasformato in una sostanza vischiosa e nera. La nuova Norvegia dipende da questo come un tempo dipendeva da merluzzo, olio di fegato di merluzzo e olio di aringa. In passato i pescatori gettavano petrolio in mare per rompere le onde, quando tentavano di salvare l'equipaggio di una nave che stava affondando e trasferirlo su un'altra. Ora i grandi pescherecci industriali ci buttano il pesce per imbrogliare sulle quote, mentre il petrolio minaccia gli habitat di riproduzione più ricchi del mondo. Se si verifica un blowout, una fuoriuscita incontrollata di greggio, il Muro delle Lofoten rischia di diventare una sorta di barriera di contenimento petrolifero lungo centinaia di chilometri, che intrappolerà il greggio lungo le sue spiagge sterminando tutto, dagli uccelli marini al plancton. Bastano infime quantità di petrolio per distruggere gli avannotti.
Se la Tanzania si fosse messa a trivellare nella pianura del Serengeti in cerca di petrolio, la comunità mondiale, probabilmente con la Norvegia in testa, si sarebbe indignata. L'avremmo considerata una barbarie, e magari gli avremmo anche sganciato un miliardo di corone perché lasciassero perdere. La Norvegia distribuisce già miliardi per salvare la foresta pluviale in Brasile, Ecuador, Indonesia, Congo e altri luoghi tropicali. Eppure noi abbiamo un posto altrettanto eccezionale, un Serengeti subacqueo. Ed è in questo posto di fecondità senza pari, rinomato al mondo per la sua bellezza, che la Norvegia, benché già tra i paesi più ricchi del mondo, vuole mettersi a trivellare.
I minatori sotterraneri di Melville continuano a lavorare." (pp. 187-188)

"Tre ore dopo la foschia è svanita. Una bassa coltre grigia di nembostrati emana un chiarore di un  giallo malato. Il sole vi penetrerà presto attraverso, quindi ci prepariamo e usciamo sfrecciando su un mare tranquillo, oltre il faro di Skrova e l'isolotto di Flæsa. come esca questa volta abbiamo la leccornia giusta. Era dal bue delle Highlands che non eravamo a questi livelli. Il catino di fegato di skrei dell'inverno scorso ha riposato bene. Dentro si formati parecchi litri d'olio puro. Hugo lo userà per la vernice. Sul fondo invece è rimasta una scintillante e puzzolente poltiglia marrone, i cosiddetti cascami. Sono praticamente grasso puro, ed era questo il materiale che usavano un tempo i pescatori di squali, incluso il nonno di Hugo. L'odore è intenso, ma più variegato di quello del bue, che puzzava solo di morte. Con i cascami riempiamo un bidone da vernice. Sarà la nostra sirena olfattiva, laggiù sott'acqua.
Dopo  aver triangolato la nostra posizione a partire da punti di riferimento fissi a terra - abbiamo anche il GPS, ma ha così tante funzioni che nessuno dei due se la sente di usarlo - butto in mare il bidone. Abbiamo fatto parecchi buchi sul coperchio, che è tra l'altro fissato solo con uno spago, in modo che il contenuto fluisca bene all'esterno, una volta sul fondo. Dove lo squalo della Groenlandia è in attesa.
È possibile immedesimarsi nel suo mondo?
Acqua e buio lo circondano, senza che lui si accorga di nessuno dei due, visto che non conosce altro. Come noi del resto non registriamo l'aria che circonda il nostro corpo, limitandoci a darla per scontata. Gli abissi bui e freddi sono il suo mondo, e laggiù scivola libero, lento e silenziosa, come una macchina di carne, con sostanze tossiche nel grasso, nel sangue, nel fegato, e occhi praticamente ciechi e senza vita da cui penzolano parassiti, lunghe larve che gli trafiggono il bulbo oculare. L'unico suo desiderio è conservare e proseguire la propria esistenza, difficilmente sente qualcosa che possa somigliare a gioia o paura, e a malapena il dolore. Certo, ogni volta che divora una foca, o infila il muso nella carcassa putrescente di una balena, dovrà pur provare una sorta di meccanica soddisfazione per essersi assicurato più o meno un altro mese di esistenza. Questo è il suo ruolo nel mondo, la sua missione di vita: tirare avanti fino al prossimo pasto. Gli unici esseri viventi con cui viene a contatto sono quelli che mangia, a parte quando le uova vengono fecondate, senza gioia né tenerezza. I piccoli sviluppano prestissimo grandi denti e cominciano la vita di predatori cannibali già nell'utero, dove il più forte divora fratelli e sorelle, e viene al mondo solo.
Quando i piccoli squali della Groenlandia nascono, possono distinguere una pallida sfumatura di grigio a molte centinaia di metri sopra di loro. La notano appena. Poi cominciano a a cercarsi qualcosa da mangiare, nel silenzio nero di quel freddo desolato. Non ha senso chiedersi perché un animale del genere debbia esistere. Ogni vita é programmata per voler vivere. Nessun animale si suicida, per quanto sconfortante possa essere la sua esistenza da oltretomba.
Ecco, questo è più o meno il goffo tentativo di immedesimazione che può fare un essere umano. Sembra un mondo tetro e senza speranza. E magari invece lo squalo della Groenlandia sente tutt'altra musica scrosciargli nelle vene. È senza peso, non ha nemici, e fluttua attraverso un universo a cui si è perfettamente adatto in tutte quelle decine di milioni di anni.
No, non è possibile immedesimarsi nel suo mondo. (pp. 235-237)


lunedì 21 agosto 2017

"L'estate che sciolse ogni cosa", Orwell, Il Foglio, DIIV


Molto interessato a questo romanzo. Però accidenti leggo 26 euro come prezzo di copertina. Qui in Svizzera chissà quanti franchi saranno. Prima di acquistarlo lo cerco in qualche biblioteca.

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Questo invece l'ho ritrovato nei giorni scorsi....e pensavo di averlo perso su un aereo...anche a me è accaduto di ubriacarmi su un aereo e all'atterraggio non sapere nemmeno dove mi trovassi e farmi indirizzare verso un pullman che mi avrebbe portato nel centro di Barcellona. È stato il mio primo viaggio in aereo. Un regalo di compleanno della mia famiglia. 4 giorni da solo a Barcellona. Ricordo che nell'appartamento condiviso c'era una coreana che puzzava tremendamente. 
Ovviamente feci il bagno in un mare sabbioso e chissà cos'altro.
Quando tornai a casa scontentai tutti perché non avevo niente di eclatante da raccontare.
Tipo viaggio turistico.
Mi godetti con lentezza la città.
Era un giugno, pochi giorni dopo il mio compleanno.

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Spero stia meglio.

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Quando si lavora con persone completamente diverse da te, appena sai di non vederle per due giorni sorridi e tiri un sospiro di sollievo.
Dio Santo che stanchezza e che senso di vuoto.

Coi maschi che lavorano con me se non parli di fica, calcio, erba, playstation, soldi, macchine non hai niente di cui discutere.
Con le donne, tranne rarissime eccezioni, è la stessa storia ma con quella venatura artistica/filosofica che mi disturba assai.

Un bagno nel lago e poi riposo in casa.


domenica 20 agosto 2017

Un'enorme stanchezza

Sono veramente stanco.
Fisicamente e di testa.
Dormo pochissimo e male
Per fortuna che ci sono la mia compagna e lo squalo della Groenlandia a farmi compagnia in queste sere piene di zanzare e nervi tesi e la pizza praticamente mi è diventata impossibile da digerire e anche solo la vista mi nausea:


Domani sarà un'altra giornata impegnativa.
Non vedo l'ora che arrivino la sera e i successivi due giorni liberi.
Forse, liberi.
L'estate sta finendo e ho bisogno di farmi gli ultimi bagni.
Non ho grandi esigenze in questa mia esistenza ma senza lago, mare, fiumi facilmente raggiungibili e dove poter anche solo immergermi fino alla vita, sedermi sulle rive, lanciare sassi nella corrente mi sento morire.


venerdì 18 agosto 2017

Cosa dire su Barcellona?

Come commentare i fatti di Barcellona e soprattutto perché farlo...

Mi limito solo a dire che fra ieri e oggi ho ascoltato/letto/parlato con persone che fanno una fatica tremenda ad aggiungere il termine "islamico" all'attentato.
Si parla di rivendicazioni dell'ISIS. Lo derubricano a una sigla. Con tanto di "sedicente" davanti a stato.

Gli stessi che poi non ci mettono molto a usare parole come "terrorismo di stato, mafioso, eversivo di sinistra, matrice anarchica, fascista, statunitense, israeliana....e bla bla bla bla". 

Poi arrivano tutte le discussioni sociologiche/psicologiche/giustificative sulla difficoltà di inserimento di questa gente, sui poveri diseredati che non ce la fanno a vivere secondo gli stili di vita dell'Occidente, sui bombardamenti, sulla bomba atomica, il colonialismo, sulle loro turbe mentali, sul sentimento di esclusione, sul razzismo strisciante. 

Alla fine andremo a parlare di Peppa Pig e di quanto io sia il responsabile di tutto perché da piccolo guardavo Daitarn3.

So benissimo che le discussioni sono stratificate, eccetera, pero' son stanco di sentir sempre parlare di follia, pazzia, problemi personali su tutto. È come se si eliminasse la responsabilità personale, il libero arbitrio. E questo tipo di giustificazioni poi è una ruota che puo' toccare a tutti.

(Certe volte mi viene quasi da pensare che tutti i miei problemi li potrei addossare a Stalin...)

Devono aver introiettato cosi' tanto bene il senso di colpa/peccato/autopunizione che non ne possono proprio fare a meno.

Io mi limito a rilanciare questa copertina, perché poi io resto fermo li'...e non vado in chiesa, non entro nelle sinagoghe...non mi prostro davanti a crocifissi, arche dell'alleanza...di papa francesco non me puo' fregare di meno (e tra l'altro, da quale chiesa vuota parla......)...dei protestanti poi meglio non parlarne che mi mettono addosso una tristezza che mi fanno salire la voglia di alcool a duecento chilometri di distanza...fossi proprio obbligato a diventare religioso istituirei Il Culto del Lago......:


giovedì 17 agosto 2017

Ricordando mentre si rilegge (Englander, McInerney)


Rileggendo lo splendido romanzo di Englander (è uno scrittore di razza perché non ti porta mai dove pensi, senza mai ricorrere ai sotterfugi) che vede due genitori alla disperata ricerca del figlio e del suo "ipotetico cadavere" durante la dittatura dei militari in Argentina ho ripensato ai racconti che mi faceva la mia nonna paterna sulla scomparsa di mio nonno dopo l'8 settembre 1943. Mio nonno era un autiere impegnato nei Balcani (Albania, Montenegro, Macedonia, Grecia) fin dal '39 e dopo l'8 settembre non si seppe piu' nulla di lui e fu dato per disperso. Poi un suo commilitone nei primi mesi del '44 disse di averlo visto visto a ottobre e allora mia nonna, che non era ancora sposata con lui, ritrovo' la speranza di ritrovare vivo il suo Cesarino. Poi un giorno ne torno' a casa un altro che per vie traverse le disse che di Cesarino non si sapeva piu' nulla. Mia nonna non perse mai la speranza e tutte le domeniche andava a Milano a cercare notizie fra i partigiani. Chiese anche aiuto ai suoi cugini fascisti. Ma niente. Poi vennero a dirle che avevano la certezza che fosse morto. 
Ma lei non ci credette mai. 
Poi un giorno, nel giugno del '45 busso' alla sua porta e le disse "Ciao Teresa". 
Ma non era piu' quel giovane ragioniere, aspirante avvocato, che aveva conosciuto. 
Che leggeva romanzi, che parlava uno splendido italiano. 
Era un uomo di 27 anni col volto triste e sciupato, gli occhi persi ma con ancora la stessa eleganza, gentilezza, educazione, delicatezza che l'avevano fatta innamorare. 
Mio nonno soffri' della sindrome post-traumatica almeno fino al 1948 quando nacque il suo secondo figlio, mio padre. Si alzava dal letto e ritornava sul campo di battaglia, mimava i suoni della mitragliatrice e del coltello che affondava nella carne. 
Talvolta, non si presentava nella hall del nostro albergo per il dolore che lo sopraffaceva. 
Un dolore e i ricordi che non l'hanno mai abbandonato. 
Quando passavano gli aerei, lui tendeva a ingobbirsi o a trovare un rifugio. 
Un giorno, un suo commilitone mi disse "Sai un giorno si ritrovo' l'intestino e metà corpo del suo miglior amico in grembo e comincio' a ridere come un pazzo". 

Ci furono parenti che non furono contenti del suo ritorno. 
Sognavano di prendere l'albergo.
Io ricordo solo che pochi mesi prima di morire mio nonno mi disse "Se fossi morto e fossi tornato un paio d'anni dopo e loro si fossero presi l'albergo forse noi avremmo avuto una vita piu' felice."

Di queste sue frasi io ho stampato in testa quel "noi avremmo".

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Quando lessi la prima volta questo romanzo mia madre era una donna in forma e con la quale avevo un rapporto difficile da di dipendenza, le altre volte che l'ho riletto, intero o solo alcune pagine, con lei avevo un rapporto di complicità, di lotta, di cattiverie, di silenzi, di addii.
Adesso mia madre è morta e rileggere questo romanzo che nella parte finale racconta proprio di una madre che muore mi fa sentire addosso tutto il peso degli anni trascorsi e di quelli senza di lei.
La sua assenza è ingombrante.
Sorrido per una sciocchezza ma mi dispiace e mi fa piangere non averla mai portata in Cornovaglia.
Dal 1997, anno in cui ci andai a 18 anni, non avevo mai smesso di parlargliene.
E mi diceva sempre "Quando parli della Cornovaglia sorridi come non fai mai..." e sorridevo.
"Facciamo un caffé Andrea?"
"Si' mamma".

Da quando è morta mia madre il caffè ha cambiato sapore.

Lo bevo quasi per dovere.


Un estratto dal romanzo:

"Quella sincerità era contagiosa. Avevi cominciato dal principio, da quando eri piccolo. Avevi cercato di raccontarle, come meglio potevi, chi eri, cosa si provava a essere te. Avevi descritto quella sensazione di essere fuori posto, di vedersi sempre dal di fuori, di guardarsi vivere nel mondo pur vivendo nel mondo, di non sapere se anche gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri avessero le idee piu' chiare su quello che stavano facendo, che non si preoccupassero tanto del perché lo facevano. Avevi raccontato del tuo primo giorno di scuola. Ti eri messo a piangere aggrappato alla sua gamba. Ricordavi ancora la consistenza dei suoi pantaloni scozzesi, ti pizzicavano le guance. Lei ti aveva detto di salire sull'autobus - qui ti aveva interrotto per dirti che nemmeno lei era molto felice, quel giorno - ma tu ti eri nascosto tra gli alberi fino a quando l'autobus era partito, poi eri tornato a casa e le avevi detto di averlo perso. Allora la mamma ti aveva accompagnato in macchina, ed eri arrivato con un'ora di ritardo. Tutti ti avevano guardato entrare in classe col biglietto di giustificazione, e ti avevano ascoltato spiegare che avevi perso l'autobus. Alla fine, quando ti eri seduto al tuo posto, avevi capito che non saresti mai riuscito a diventare come gli altri."

martedì 15 agosto 2017

Pensierino di ferragosto + un qualcosa che sto preparando

Ogni paese ha la sua sagra, la sua processione, il suo tendone con le costine, la trippa, i pesciolini fritti, la pizza e tutte le varie super grasse specialità italiane, con i gruppi di cover, i cantanti locali, i comici in fase calante, il sindaco con la fascia tricolore.

E ormai ogni paese, città, metropoli hanno il loro cazzo di festival/premio letterario, giornalistico, artistico, politici, musicale, del porno, della cucina, del fumetto, del carcere, della fotografia.
Con poi i vari vincitori, i servizi sui giornali, siti, tv, radio e poi i braccialetti, gli stand, le polemiche (che da idiota rilancio pure io), le bancarelle pieni di ospiti/artisti/cuochi/letterati che non sono altro che piazzisti della loro merce.

Ce l'hanno pure Lecco e Como, tanto per dire, dei festival/fiere/premi del libro e se penso a Lecco mi viene solo da ridere...ma preferisco evitare...

E verranno sempre a dirmi che queste iniziative sono un volano per il turismo, che servono per la diffusione della cultura, per aiutare i letterati/universitari/laureati/aspiranti artisti che qualcosa per campare dovranno pur fare, per far rete fra le menti pensanti, per coordinarsi fra realtà biologiche, per condividere idee che possano migliorare il mondo, renderlo piu' vivibile, per far star bene la gggente.

A me queste robe fanno orrore e mi annoiano a morte e per fortuna hanno smesso di invitarmi ad andarci.

Cosi' come l'incomprensibile moda dello street food

Preferisco davvero i benzinai, gli autogrill, i ristoranti normali, le pizzerie e le trattorie normali, i baracchini aperti alle 2 di notte sulle circonvallazioni o in parcheggi deserti, una spiaggia anonima sul lago, i bar che quando ci entro non offrono l'happy hour, la mia cucina dove posso sedermi sopra a un bancone in legno costruito dalla mia compagna e leggere guardando fuori dalla finestra, con un bicchiere di vino bianco in mano.


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Lei lo consiglia cosi', io fra un po' su questo libro ci scambiero' due chiacchiere.


lunedì 14 agosto 2017

Lacrime, Le catene della colpa, un regalo gradito, Venga a prendere il caffè da noi, Peter Kernel, Alice Glass



"Fiesta" di Hemingway è uno dei romanzi che mi hanno iniziato alla vita. E tutte le volte che lo riprendo in mano mi commuovo. È anche uno di quei romanzi che condivido con la mia compagna di vita. 



In questo romanzo c'è uno scambio molto famoso fra Bill e Mike che sta nell'epigrafe de "Le mille luci di New York" di McInerney che fa cosi':

"Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill.
"In due modi," rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo."

e poi l'incipit di questo romanzo di McInerney che è sempre micidiale quando lo rileggo:

"Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest'ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero."

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Visto che mi devo alzare presto e che prima non riesco a dormire ho rivisto con piacere questo bellissimo film noir. Onestamente di film del genere non se ne vedranno mai piu'.

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Ci sono film che ho visto una sola volta nella mia vita e mi piacquero all'istante. "Venga a prendere il caffè da noi" di Alberto Lattuada, con uno straordinario e "volgarissimo" Ugo Tognazzi e tratto dal romanzo "La spartizione" del purtroppo dimenticato Piero Chiara fa parte di questo gruppo. 

Sul sito di Paolo Nori, che è un vero incantesimo, trovate questo pezzo

Ed è bello leggere di film di cui nessuno parla mai.

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Possibile che gli esseri umani quando si travestono da turisti diventino molto spesso dei pezzi merda straccioni del cazzo ai quali bisognerebbe legargli un sasso al collo e buttarli nel lago, nel mare, nei fiumi, giu' da una vetta, dentro una piscina, una jacuzzi, un forno per la pizza?
Succede tutti i giorni.
Sono milioni.
Che rabbia devo tenere a bada.
Ma lasciamo stare.

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Grande attesa per l'album.

domenica 13 agosto 2017

Ci sono dei giorni - Slowdive

Ci sono dei giorni (sono tantissimi) che tornando dal lavoro la sola cosa che voglio è sedermi al tavolo di casa e parlare con la mia compagna (che torna come me da giornate lavorative stressanti, senza pause, impazzite) e lasciarla parlare perché mi piace ascoltarla, bevendo birre, mangiando formaggio, pane e olive.

E poi andare a fare a una doccia e rimanere per venti minuti sotto l'acqua fredda alla faccia del riscaldamento globale e dello spreco d'acqua.

Alcuni comportamenti umani, modi di stare al mondo, pensieri, idee, modelli educativi proprio non li capirò mai.

Mi consolo da anni con gli Slowdive quando l'umore è proprio sotto ma sotto sotto i tacchi.

E domani sveglia per tornare al punto di partenza.

(Che voglia, ma che voglia, di tirare un pugno)




sabato 12 agosto 2017

Theodore Dreiser, Rosseau/password, due dischi molto diversi che mi fanno impazzire, Per la genealogia della morale


Di Dreiser quand'ero un adolescente avevo molto apprezzato "Nostra sorella Carrie" e adesso son curioso, quando avro' tempo di leggere "Il titano" (Mattioli 1885, traduzione di Livio Crescenzi). Serino ha scritto su Il Giornale questa recensione.

Ma è un periodo che leggo svogliato. Forse fatico a parte le riletture, a trovare, escluso il bellissimo romanzo della Nazdam, qualcosa che mi coinvolga veramente. In modo carnale, al di là della tecnica, dello stile, della provenienza dell'autore. Qualcosa insomma che cancelli le giornate di merda, che mi facciano sentirmi vivo, che mi facciano sentire bene. 

Tra l'altro in un'intervista su Repubblica a Jay McInerney, uno scrittore molto importante nella mia fase di passaggio a una letteratura piu' adulta, c'è quest'ultima botta e risposta micidiale che vi trascrivo integralmente:



"Nei suoi romanzi, nelle "Mille luci" ma non solo, spesso le colpe e i dolori dei genitori ricadono sui figli.
- Mia madre è morta quando avevo 22 anni. Il suo addio mi ha sconvolto, poi è arrivata la depressione...le Mille Luci riflettono quel periodo difficile. Perché è impossibile sfuggire ai nostri genitori. Sa cosa scriveva il poeta inglese Philip Larkin "Ti rovinano, mamma è papà. Forse non vorrebbero, ma lo fanno. Ti trasmettono i loro difetti e ne aggiungono altri adatti a te". I genitori spesso ci fanno del male, anche senza volerlo. Ma noi scrittori siamo tra i pochi che possiamo alleviare questo dolore."

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Su Jean-Jacques Rousseau si possono esprimere tutti i giudizi filosofici possibili ma vedere accostato quel nome (magari poi non si tratta di questa cosa e magari era il nome dell'orsetto di peluche di Casaleggio, boh) alla piattaforma supertecnologicaintrusivadelvostrostomaco dei 5stellati mi fa orrore. Basterebbero anche solo queste piccole cose per non fidarsi di gentaglia del genere. GGGente pulita, onesta, integerrima, rivoluzionaria, di governo, di lotta, in doppiopetto e popolari che mi mette la cancrena addosso.

(Dimenticavo quando poi uno scrive cosi' si becca del piddino, del berluschino, del fascistino, del....bla bla bla)

Maurizio Milani ha scritto un bellissimo pezzo: "Fermi tutti! Abbiamo scoperto la nuova, nuovissima password di Rousseau.Milani ha letto la conversazione tra leader e guru m5s"

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Due dischi diversi ma a cui sono particolarmente legato:




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venerdì 11 agosto 2017

Lavoro, Dubus

Uno degli aspetti peggiori, fra i tanti, del mio lavoro (senza nessun tipo di diritto e garanzie) è quello di sapere in anticipo che devo svolgere una determinata mansione ma che per farla devo aspettare che un responsabile mi chiami a un orario imprecisato (dettato dal suo umore e dalla sua voglia di rompere i coglioni, disponendo delle persone come in un gioco) per sapere quando la dovrò svolgere.
Tutti e due siamo a conoscenza di questa situazione ma a lui non gliene frega assolutamente nulla.
Questa situazione mi comporta l'assoluta impossibilità di organizzarmi nella giornata di domani, dopodomani, lunedì.
Io aspetto, a quest'ora non so ancora nulla.

Mi consolo riprendendo in mano "Ballando a notte fonda" di Andre Dubus.


Qua è arrivato il freddo.

Un passo alpino è già stato chiuso per neve.

Spero nel caldo settimana prossima perché ho voglia di tuffarmi nel lago.





giovedì 10 agosto 2017

Sui lavori che gli italiani si rifiutano di fare; Nathan Englander; Kelly Lee Owens

A proposito della discussione su tutti quei lavori che gli italiani, gli svizzeri e in generale tutte le nazionalità non vogliono fare (anche se questo ci sarebbero poi infinite discussioni di tipo politico/filosofico/economico da imbastire) condivido con voi alcune piccole esperienze personali:

- Conosco una persona di una decina anni più grande di me. Uomo di sinistra, lettore de Il Manifesto, Internazionale, Repubblica. Uno di quelli che elogia i lavori umili, il proletariato, gli operai, la gente umile, i cani umili, il Papa, i camminatori sulle vie sante, che sbraita contro le nuove generazioni che non sono piu' abituate a fare sacrifici. Ecco, quando suo figlio dopo la maturità liceale ha deciso di mollare gli studi per diventare, con sua grande gioia, un imbianchino, ecco, questo bravo uomo ha dato di matto, a suo figlio gli ha dato del cretino, dell'imbecille. Lo aspettava una carriera da ricercatore, figlio dell'Europa Unita. La moglie di quest'uomo di sinistra, volontaria in biblioteca e di sinistra pure lei, l'ha quasi ripudiato suo figlio.
Imbianca bene il ragazzo, m'han detto.

- Ce n'è un altra invece che fa lo stesso discorso ma all'inverso, da brava leghista. Ce l'ha con gli immigrati che rubano il lavoro. Non fa che rompere i coglioni sugli albanesi che fanno i becchini e gli operai, i negri che costruiscono case, i kebabbari gestiti da tamil. Solo che non riesce mai a dirti che suo figlio fa il muratore, perché se ne vergogna. Voleva un figlio avvocato, dottore, dentista, professore e invece c'ha un figlio muratore che lavora nei cantieri e si sbronza tutte le sere. Un bravissimo muratore. Lei beve il caffé e mi racconta di quando trent'anni fa le persone si davano da fare....ma vaffanculo.

- E poi c'è quell'altra, votante di Grillo, che proprio non la vuol vedere sua figlia che fa l'operaia da vent'anni a questa parte. Non ce la fa a vederle addosso quella tuta blu. Non ce la fa. La voleva madre, maestra, impiegata, farmacista. E a S. piace fare l'operaia. Non è una cogliona, conosce bene la sua condizione di sfruttamento, fatta di orari assurdi e una paga ridicola ma scambierebbe mai il suo posto con uno dietro a una scrivania, un bancone, una cassa, chiusa in un ufficio, in una divisa d'ordinanza.

- Ci sono quegli altri due stronzi, mia sorella e mio padre, che fanno gli stessi discorsi di un qualsiasi stronzo che visto che vede un film di Ken Loach o guarda gli approfondimenti politici in tv e san tutto della classe lavoratrice e che da vent'anni, dico vent'anni, mi rompono i coglioni sull'aver mollato l'università e non aver fatto lavori migliori. Quali lavori migliori? Mai una volta che m'abbian chiesto come stavo. Quei due che quando parlano con la mia compagna (dopo trenta minuti di discorsi sulla moralità della politica, sulla bontà degli immigrati, sul ritorno dei fascisti, sul cibo bio, sull'ignoranza diffusa) la trattano come una mentecatta solo perché lavora in un albergo come cameriera ai piani. Salvo poi impaurirsi e rimanere in silenzio quando lei si mette a parlare, a esprimere le sue opionioni, molto complesse. Quando parlo con questi stronzi mi viene voglia di riaprire un gulag e spedirceli a spaccare pietra.

Potrei andare avanti per un sacco. Senza dimenticare quegli zotici di merda che impediscono ai figli di studiare, che pensano che studiare, leggere, vedere un film sia una stupidaggine, che se loro lavorano alla Limonta Spa anche i loro figli devono finirci. 

La faccio finita qui e intanto ascolto Léo Ferré:


e  sorrido, salutando una collega straordinaria che purtroppo se ne va, cercando fortuna e serenità altrove.

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Lo sto rileggendo e questa volta mi ha rapito. Grande scrittore. Anche perché le pagine sul cimitero sono magnifiche. E io adoro i cimiteri. Ci trascorrerei dentro intere giornate se potessi.

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mercoledì 9 agosto 2017

Riletture estive, libri che mollo dopo poche pagine, un ricordo uscito da un racconto

Oltre ai libri "nuovi" che sto leggendo ce ne sono altri che sto rileggendo. Ultimamente sto rileggendo questi per aiutare una persona che sta cercando di scrivere una tesi/saggio/qualcosa del genere sugli scrittori collaborazionisti francesi:






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Romanzo che ho mollato dopo venti pagine.

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"Al manicomio c'era da una parte, A1, A2 A3 e cosi' via, il padiglione uomini. Da quell'altra parte c'era dove tenevano le donne: B1 B2 B3 eccetera. Pero' a un certo punto avevano deciso, per motivi terapeutici, di lasciarci mischiare ogni tanto. E come terapia non c'era male: chiavavamo come ricci nei sgabuzzini, fuori in giardini, dietro il granaio, da qualsiasi parte. Molte di quelle donne erano là perché si fingevano pazze perché i loro mariti le avevano scoperte sul fatto con altri uomini, ma tiravano a fregare: si facevano ricoverare onde muovere il merlo a pietà, per poi uscire e ricominciare daccapo. Quindi tornavano dentro, riuscivano fuori, e cosi' via. Ma durante la degenza, quelle donne dovevan pure pigliarlo in corpo, cosi' noi facevamo del nostro meglio per accontentarle. Manco a dirlo il personale sanitario era occupatissimo (i dottori a scoparsi le infermiere, le inservienti a farsi fottere dai portantini) e nessuno s'accorgeva di niente. Questo ci stava bene."

Rileggendo questa prima parte de racconto di Bukowski "Rosso come un giaggiolo" ho ripensato a quando una volta, da adolescente, fui ricoverato per qualche giorno in un ospedale. Ero allettato e tutte le volte che entrava un'infermiera quarantenne e mi controllava flebo, temperatura, padella mi toccava sempre il pene con molta insistenza. Il vecchio sporcaccione che stava nella mia stanza mi diceva che era la mia occasione. Che le infermiere erano tutte cosi'. E che erano i miei capelli ad attirarla. Ovviamente non se ne fece nulla. Il giorno delle dimissioni, l'infermiera mi fermo' e sorridente mi disse "Cosa dovevo fare per fartelo diventare duro?". Sprofondai.




martedì 8 agosto 2017

Libri, sostenere una casa editrice, Paul Schrader, Todd Solondz, Corto Maltese/Equatoria/De Monfreid, Lorde

Difficile fermare la sete di libri che si fermano sulla scrivania:


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Adoro sia Paul Schrader che Todd Solondz e non vedo l'ora di trovare una sala che proietti questi due film:



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Che bello trovare nella nuova avventura di Corto Maltese,"Equatoria", pubblicata italiana su Repubblica, un uomo come Henry de Monfreid:


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Da quel po' che ho sentito il nuovo disco di Lorde "Melodrama" mi piace davvero tanto e mi libera la testa.

lunedì 7 agosto 2017

Un albero di trenta piani


A me Adriano non sta simpatico.
Ma davanti alla sua villa viveva una delle persone piu' importanti della mia vita.
Ma questa canzone mi è sempre piaciuta e piaceva parecchio a mio zio, un antiprogressista per eccellenza che viveva per la sua tromba, i suoi vinili, i suoi dolci da vendere col furgone, la sua stanza in fondo al corridoio.
E questo pezzo per me è bellissimo.
E stanotte sono pieno di tristezza e dolore e voglia di scopare.
Ho visto il mio paese che sta morendo intorno a una fabbrica che vive e vive e gli operai che non fanno ferie e lavorano e lavorano.
E le onde del lago grigie, nude nel loro blu oltre blu, come fondale venti chilometri oltre il kebabbaro che mi vende ricambi auto a forma di carne.

venerdì 4 agosto 2017

It -Stephen King


Leggere "It" (tornato in una nuova veste nelle librerie) fu un'avventura straordinaria in quegli anni d'adolescenza. 
Così come leggere tutte le prime opere di King.
I racconti (ci sono alcuni suoi racconti che sono straordinari ma davvero da antologia della letteratura), i romanzi, sono tutti li' nella mia vecchia casa. 
Li divorai. 
E mi misero paura e mi allietarono i pomeriggi e le sere di solitudine e mi fecero capire che mi sarebbe piaciuto scrivere anche a me. 
"It" mi fu regalato da mia madre una volta usciti dalla Dental Children a Milano che frequentai per secoli per risolvere i miei problemi al palato e ai denti. Me lo compro' in una bellissima libreria che si chiamava Libreria del Corso, in Corso Buenos Aires, quella di un tempo, non quella di oggi. Andavo alle medie. Avevo un labbro gonfio di anestesia, residui di sangue e tanta paura nel cuore. Perché ho un sacro terrore dei dentisti.
(Ancora oggi mi sento da cani quando ci devo andare e il giorno prima bevo sempre troppo)
Aspettavo di leggerlo da tempo e tornato a caso mi ci fiondai dentro.
Un mese dopo ci tornai in quella libreria e il libraio mi chiese "Ti ha fatto paura?" e io gli risposi, me lo ricordo come se fosse oggi, "Si', ma mi fanno piu' paura i dentisti".
Anche se credo per davvero che King avesse il dono e credo che lo abbia ancora oggi (ho praticamente smesso di seguirlo) di scrivere storie che sapessero rendere reali le paure, le ossessioni, il terrore..
Tanto per dire, i Tommyknockers uscivano dagli armadi della mia stanza e si aggiravano nei cortili, erano li' seduti sul mio cesso, erano dentro la mia mente.
E potrei andare avanti a parlare per ore dei suoi racconti e romanzi...poi crescendo li rileggi e trovi altro e scopri di come i suoi problemi personali siano confluiti nei suoi scritti, rielaborati, trasformati in grande letteratura e l'età adulta ti permette di cogliere altre sfumature e di perderne delle altre.
Credo di essere stato fortunato ad aver incontrato nella mia adolescenza uno scrittore come King.
Quando qualcuno oggi mi chiede "Cosa posso comprare a mio figlio che va alle medie e ama leggere roba diversa da quella che gli danno a scuola?" io rispondo sempre "Prova con Stephen King. Almeno, cronologicamente, fino a Cose preziose".

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Tra l'altro fra poco dovrebbe uscire il remake , nuovo film tratto da +It"...la riduzioni precedente ma anche quella de "The Tommyknockers" facevano schifo (il ragno....dio....) ma mi fecero comunque molta paura. Quel cazzo di pagliaccio era micidiale. Poi per uno come me che viveva in provincia e ha ancora oggi paura delle grate, potete immaginare cos'abbia significato leggere quel libro e vedere quella serie.

Invecchiando ho perso dietro di me molte cose.
Amori, affetti, parenti, soldi, parti del mio corpo ma non ho ancora smesso di emozionarmi leggendo un libro.
E mi viene da piangere scrivendolo.








giovedì 3 agosto 2017

Si puo'

Se si è dei quarantenni che tornano a casa in attesa di un'altra inutile dura giornata di lavoro e che quando lavorano cominciano alle 6 di mattina, aprono una birra, ritirano le vesti stese, cominciano a preparare la cena per la compagna, spulciano le bollette arrivate, appuntano due pensieri su un quaderno si puo' essere alieni a  Trump, Putin, Obama, Renzi, Berlusconi, Macron, Merkel, Tsipras, Salvini, Alfano, Civati, Gentiloni, Grillo, Casaleggio, Maroni, Travaglio, Mattarella, Raggi, Appendino, Sala, Tosi, Chavez, Internazionale, Merola, Brivio, Il Giornale, Tosi, Repubblica, Scalfari, Il Manifesto, Maduro, Bersani, Libero, Podemos, Di Battista, Di Stefano, Il Fatto Quotidiano, la tv, i talk show, Ferrero, giornalisti e bla bla bla vari?

Per me sì.

È proprio una questione di ossigeno che questi personaggi e ambienti mi tolgono.

Ossigeno.

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(Questo post era da ieri che era pronto ma me n'ero dimenticato ma oggi ho visto un rapace che si portava via un pesce dal lago e ci ho ripensato...ecco, a me bastano quei secondi di pura bellezza...)



Bonnie Nazdam - Lions



Avevo scoperto Bonnie Nazdam leggendo il bel romanzo "Lamb" (Edizioni Clichy, traduzione di Leonardo Taiuti) e successivamente incontrando:


il libro pieno di spunti che è "Amore e antropocene", scritto con Dalie Jameson (Stampa Alternativa) ma è soprattutto con "Lions" (Black Coffe, traduzione di Leonardo Taiuti) che ho avuto la conferma di aver incontrato una straordinaria scrittrici fuori dai limiti, dai confini, eppure incredibilmente tradizionale...incredibile....


un romanzo che ha il respiro dei testi sacri...che per me significa che una pagina, un capitolo, un passaggio vivono di una vita autonoma, eterna, che si scolpisce dentro al cuore del lettore con una violenza e una sensualità impareggiabili...parole, frasi che si trasformano in una porta aperta su svariate letture e riletture, mondi, suggestioni.
Kent Haruf mi è piaciuto tantissimo ma questo "Lions", ambientato in una cittadina fantasma del West americano abbandonato, deserto, stravolto, è, almeno per me, decisamente superiore ai romanzi del tanto celebrato scrittore americano.
Stratificato, percorso da fantasmi, spettri, leggende, visioni, lampi devastanti "Lions" si è fatto presenza profetica in questa giornata.
Quasi alla Cormac McCarthy nel suo portarti in giro per il deserto.
Nel suo metterti a nudo. Con le mie paure. Le mie pulsioni.  La mia ricerca di purezza. Il mio non voler abbandonare me stesso e i luoghi che conosco. La mia ricerca costante della semplicità, del silenzio.
Non lo so, l'ho letto in un 18 ore e ne sono uscito con la voglia di rileggerlo e rileggendone alcuni passaggi son stato malissimo.
Ci sono passaggi  memorabili come il capitolo che va da pagina 96 a pagina 99.
C'è proprio un respiro eterno che ti impedisce di fare altro.
Immenso.
È uno di quei libri che avrei voluto scrivere io.

Un romanzo incredibile.

Non posso che applaudire la scrittrice e dirle grazie.

mercoledì 2 agosto 2017

Camminando, un libro per J.C., Cristina Coccia

Dopo essere uscito dal dottore sono stato Lecco per 20 minuti prima di tornare in Svizzera. Il tempo di bere un caffé con mio padre, comprare un libro, ricordarmi da dove vengo.
E in questi 25 minuti ho incontrato 8 persone che chiedevano la carità allungando un cappello, una mano, cercando di vendermi accendini e collanine.
Non ho dato niente a nessuno. 
Poi risalendo per prendere una macchina ho incrociato una giovane donna tossica che conoscevo di vista tempo fa.
Le braccia scheletriche costellate di croste e segni di buchi.
Elegante e sorridente, il volto di una bambina che gioca in un parco.
Era stravolta e in astinenza.
Le ho lasciato due monete sulla mano sudata e pulita e ci siamo riconosciuti senza dirci nulla.
Mi chiedo per quanto tempo ancora saprà vivere.
Ma il suo sorriso e i suoi occhi valgono mille incontri del cazzo che faccio al lavoro, nei supermercati, nei consessi familiari, nelle librerie, ai concerti, al cinema.
Ciao a te.




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Appena uscito.
Sorrido J.C.

Manetti!



Grande attesa per il ritorno di un gruppo che in assoluto è frai i piu' importanti della mia vita.
Da un punto di vista intimo, emozionale, di vita, di ricordi, di visi.
L'ho scoperto per puro caso oggi.
Aspetto il disco nuovo.
Sono i gesu' cristi del lago.

qui.

martedì 1 agosto 2017

Il miglior romanzo che ho letto negli ultimi anni


Mi è stato chiesto da qualche persona, ne ho parlato anche con mia sorella tempo fa, quale fosse il romanzo "nuovo" più bello che avessi letto negli ultimi anni.

Senza nemmeno pensarci ho risposto: "Una vita come tante" di Hanya Yanagihara (Sellerio, traduzione di Luca Briasco) perché questo romanzo ha il respiro di un classico e come i classici vive anche di eccessi, passi falsi ma i picchi (centinaia di pagine) sono sconvolgenti, ammalianti, travolgenti, commoventi e questo romanzo ti tiene stretto per tutte le sue 1100 e passa pagine, non ti lascia andare, ti impedisce di fare altro (io ho bruciato una padella mentre lo stavo leggendo, giuro) e non sei tu che lo leggi ma è lui che ti legge dentro, che ti mette a nudo mettendosi a nudo e ho sempre visto in un libro che si apre un corpo che si spalanca davanti a me.
E perché queste pagine sono permeate da un dolore fuori maniera e devastante, perché rifuggono l'ironia e parlano d'amore e amicizia, di fallimento e della difficoltà di vivere, di accettarsi e rifiutarsi come solo le grandi scrittrici e i grandi scrittori sanno fare.
E l'amore, quanto amore in questo romanzo.
Mai parola piu' abusata di "amore" circola su questo mondo ma l'amore che sgorga da questo romanzo è qualcosa di primordiale nella sua carezza che travalica sessi, appartenenze, storie passate e dolori vissuti.
Amore che è sangue e labbra e carne e sguardi e tante tante lacrime.
La stessa carezza che quando siamo nati ci ha dato nostra madre, quell'infermiera dell'ospedale, quell'angelo del cielo, quello sconosciuto che ci ha sottratto alla strada, quel padre che non sapeva cosa fare di noi.
Quella mano che ha visto il nostro incerto arrivare nel mondo.
Quel guardarci, quel tenerci fra le braccia che trasmette calore e accoglienza.
E noi che piangiamo.
E guardiamo il mondo.
E cerchiamo da mangiare.
E dormiamo.
Finalmente.

Colson Whitehead - libro che aspetto

Colson Whitehead è l'autore di un romanzo bellissimo che ho apprezzato veramente alla terza lettura "John Henry Festival" uscito quasi vent'anni fa per Minimum Fax:


Fu come una specie di shock. Lo presi in mano, non troppo convinto, e praticamente non lo mollai fino all'ultima pagina. Le altre sue opere non mi hanno convinto appieno. A ottobre esce questo romanzo per Sur che sto aspettando con grande curiosità e aspettative.