giovedì 31 agosto 2017

Piccole cose su mia madre; Papini; Franti; Piero Chiara; Fluxus

- Guardare una giovane madre fare una scorpacciata di caramelle Haribo insieme a suo figlio, appena fuori dal cinema (una spesa non indifferente, visto che costano 3.10 franchi all'etto) mi ha ricordato mia madre. 
Mia madre nella sua vita non si è mai abbuffata di niente, salvo di prosciutto crudo, cozze, polenta e latte e caramelle Haribo. Da piccolo mi chiedeva sempre di portargliene a casa qualcuna tornavo dall'oratorio. Anche quando stava all'ospedale mi chiedeva di portarle qualche Coca, le liquirizie, i Puffi, le fragole. Poi smise di chiedermele. Mi disse che non sentiva più il sapore. Un mese prima di morire mi chiese di portargliene. Esaudii il suo desiderio. Si mise in bocca un pezzettino di una Coca Cola e se lo tenne in bocca per dieci minuti. Mi guardava e io capivo cosa stava cercando. Uscii per qualche minuto in corridoio e quando tornai in camera,mi disse "Prendile, dalle alle infermiere, agli altri parenti, non ce la faccio...". 
Ho dovuto mordermi le labbra per non piangere davanti a quella madre.

- Qui le scuole sono già aperte e a me non è mai piaciuto andare a scuola. 
Già due settimane prima del ritorno a scuola io vomitavo, non dormivo, mi rovinavo gli ultimi giorni di mare. Mai sopportati i compiti delle vacanze, i compiti a casa, i banchi. 
Ho sempre tifato per Franti
È successo sin dalle elementari ed è andato avanti fino al primo anno di Università. 
Mia madre non ha mai saputo accettare questa mia debolezza. Lei, che non aveva mai potuto studiare non poteva simpatizzare per un figlio che non aveva voglia di andare a scuola. Non gliene posso fare una colpa ma so solo che lei, mio padre e mia sorella mi hanno devastato l'anima, il cervello, i nervi, lo stomaco con questa cazzo di scuola di merda. 
Potenzialmente, lo confesso, sono stato uno di quelli che volentieri avrebbe commesso una strage di direttori, maestri, maestre, professoresse, studenti, studentesse, bidelle.



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"Il mio paese, dandomi allo scrivere, divenne lo sfondo di molte delle mie storie. Tutto è accaduto in quel paese, perché tutto è accaduto in me. Guai, scrisse qualcuno, allo scrittore che non ha dietro di sé un territorio preciso, una geografia e addirittura una topografia ben definita, vissuta, nei confronti della quale possa verificare passioni e sentimenti.

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I presunti intellettuali che partecipano ai consessi civili o incivili non sono migliori della feccia che criticano, che sbraita, che organizza ogni giorno il suo teatrino da dementi.

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martedì 29 agosto 2017

Un giornata strana, Cristina Coccia, Corto Maltese/consumatori, My Autumn Empire, prossime elezioni siciliane, bellissimi film che ho visto quest'anno

Una giornata strana questa senza lavoro. Sveglio lo stesso dalle quattro di mattina. A leggere e riordinare pagine. Poi la stanchezza di una settimana impegnativa che mi è scivolata addosso e contemporaneamente l'attesa di idraulico e elettricista. Confusione in casa. Impossibilità di concentrarsi e anche di uscire, per fortuna non erano persone che volevano dialogare più di tanto. E allora un po' di tempo a spulciare nuove uscite, articoli.
Insomma cazzeggiare bellamente.
Ogni tanto va bene anche trascorrere del tempo senza preoccuparsi di niente.
Anche perché mi devo preparare per un tour de force infernale che parte giovedì.
Fortunatamente i lavori si sono conclusi ma il mio portafoglio è un po' più vuoto.

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A me le associazioni dei consumatori mi son sempre state sul cazzo. Anche solo per il fatto di parlare di esseri umani chiamandoli come "consumatori". Pure con Corto Maltese se la devono prendere. Che si infilassero le loro battaglie per la civiltà su per il culo.

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Terminata la lettura del nuovo libro di Cristina Coccia "Un futuro senza avvenire?" (Edizioni di Ar). Libro ostico, una "cattiva" lettura, come dice l'amica Silvia. Prossimamente troverete qui o altrove un'intervista all'autrice.

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Ce l'ho in testa questo disco.

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Alle prossime elezioni siciliane, esprimo la mia preferenza per Chobin (probabilmente solo lui combatterebbe con fantasia contro Mafia, abusivismo, clientelismo, statalismo schifoso) e l'anno prossimo mi trasferirei volentieri su un'isola sperduta in mezzo all'Oceano solo per non farmi toccare dalla merda elettorale italiana.
Non oso immaginare che merda di spettacolo sarà messo in scena ovunque.


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Alcuni bei film e che nel mio cinema non sono stati mai proiettati e mai lo saranno.
Perché ormai la maggior parte dei gestori delle sale cinematografiche ha deciso di uccidere il cinema.








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Molto curioso di leggerlo.

In breve su "La tavola del Paradiso" di Donald Ray Pollock (Elliot)

Leggere "La tavola del Paradiso" di Donald Ry Pollock (Elliot, traduzione di Gianluca Testani) significa immergersi nel profondo sud degli Stati Uniti, in un mondo gotico, sconvolgente, fetido, con un piede nella presunta "modernità"(siamo nel 1917) e il resto del corpo nel passato. In un'Europa lontana che non si sa nemmeno come collocare sulla cartina (il raggio d'azione di molti di questi personaggi è spesso di pochissimi chilometri dalla propria fattoria o paese) si combatte una guerra per ragioni incomprensibili a questi contadini, allevatori, puttane, papponi, ladri, rapinatori che causerà milioni di morti. Le macchine stanno sostituendo i cavalli. I cessi stanno entrando nelle case. I giovani sognano ancora le imprese dei guerriglieri sudisti e i latifondisti di un tempo spadroneggiano come hanno sempre fatto. Eppure in tutto questo buio ci sono bagliori di umanità, di tenerezza capaci di rompere gli equilibri prefissati, di ribaltare il corso del tempo, di offrire possibilità di riscatto.

Un bellissimo romanzo.

Cosa mi è piaciuto:

-il ritmo travolgente del romanzo
-la struttura che non si limita a seguire le vicende di questi tre improbabili rapinatori ma allarga l'esplorazione a trecentosessanta gradi, aggiungendo personaggi, vicende parallele
-la cura psicologica dei personaggi e la loro maturazione
-l'ambientazione. Che si parli di campi, di lavoro, di bordelli (se c'è una cosa che apprezzo degli scrittori statunitensi è il non vergognarsi di scrivere di puttane), è come se tutto prendesse vita sulla pagine.
-l'atmosfera religiosa che caratterizza alcuni passaggi...la figura del predicatore errante che parla col padre dei tre ragazzi sembra veramente uscita dalla Bibbia
-la precisione dell'autore nello scrivere di "violenza", mai gratuitamente ma senza mai dimenticare come la violenza sia di casa in questi contesti
-l'idea che questi tre giovani rapinatori si facciano ispirare da un libro intitolato "The life and times of Bloody Bill Bucket", un guerrigliero/rapinatore/assassino sudista di quel tipo che hanno sempre stuzzicato anche la mia immaginazione:


- Jasper, l'uomo con un cazzo gigante, che si occupa di cessi. Personaggio bellissimo.
- come è affrontato il tema dell'omosessualità e del razzismo, senza mai pietismo.
- come Donald scrive degli ultimi, dei diseredati, degli esclusi e lo fa in una maniera incredibile

Quelle poche cose che non mi hanno convinto:

- il finale, che non rivelo, bello ma prevedibile (anche se è ovvio che in storie del genere la fine è abbastanza scontata)
- forse alcune volte c'è un eccesso di personaggi laterali e forse, dico forse, viene dallo scrittore di racconti che in realtà io credo sia fondamentalmente Pollock (e leggetevi "Knockemstiff")

domenica 27 agosto 2017

Davide Bregola, capannoni, mammut, Iron Towns, anteprime cinematografiche, Ornaments


I capannoni abbandonati, in rovina, mi hanno sempre affascinato.
Le sterpaglie che si riprendono il terreno rubato.
La ruggine che cola dai tetti.
I binari che finiscono nel nulla.
Carrelli elevatori pieni magari di un ultimo carico mai consegnato.
 E preferivo Lecco e anche Milano, Sesto San Giovanni, Torino, Como quando le fabbriche erano ancora li' funzionanti, attivi, vivi.
Tossici, assassini ma portatori e custodi di un mondo ormai celato.
Su Il Giornale di  oggi c'è un bel racconto/intervento  di Davide Bregola, autore di questo bel libro di cui tempo fa Alessandro Gnocchi aveva scritto cosi': "Quei mammut che fanno sognare la Pianura Padana. Come nel libro di Bregola, lungo il fiume Po nascono leggende e muoiono amori. Ma c'era, e in parte c'è ancora, anche la piccola malavita."

(e comunque chissà se è vero che stanno cercando di riportare in vita i mammut)
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Libro che mi sembra molto interessante. Lontano anni luce da questo calcio sfavillante milioni di euro, sceicchi, cinesi, compravendite.

Quando nel mio cinema assisto come lavoratore alle anteprime pagate (carissimo) dalle banche o dalle assicurazioni mi viene sempre da chiedermi, come uno stupidotto, da dove arrivino quei soldi.

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Disco cupo, che avevo già rilanciato, ma che mi piace tantissimo. Rimesso nelle cuffie ed è sempre un piacere ascoltarlo.


Poi sfoglio i giornali e salto praticamente tutte le pagine.
Bevo una birra e mi rimetto a leggere i libri che ho sulla scrivania.

venerdì 25 agosto 2017

Marion Maréchal Le Pen; in breve sulla distruzione delle statue, Lars Von Trier / Wagner


Mentre il plasticoso e spettrale Macron (l'idolo della gente perbene) rivela sempre piu' la sua anima da zombie che nemmeno il trucco riesce a coprire, mi chiedo se e quando Marion Le Pen deciderà di uscire dal suo autoesilio/rinuncia. Lascio un suo bellissimo intervento:


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Credo che tutta questa discussione/agitazione sulla distruzione delle statue sia assolutamente una roba incomprensibile. 
(Tra l'altro mi fa ripensare a un fumetto che leggevo con amore da bambino su Il Giornalino e che si intitolava "Fra due bandiere" di Sergio Tarquinio ed era veramente bello...e Il Giornalino era veramente bello...)


Comprendo perfettamente la distruzione dei simboli di un regime, una monarchia, uno stato, una democrazia nell'attimo stesso di una rivoluzione o nei giorni, mesi successivi ma a distanza di anni, secoli mi sembra una vera follia che non ho idea a cosa possa portare.
Qual è il discrimine?

Personalmente non vorrei mai che mi venissero toccate queste due opere dell'epoca fascista ideate da Giuseppe Terragni a cui sono particolarmente legato, proprio da un punto vista sentimentale e di ricordi e anche estetico (sotto quel monumento ci ho giocato parecchio e ci ho mangiato tantissimi gelati), sin dall'infanzia:





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In testa ho questo film e quest'opera:


Anime morte, Il Capo di Cuib/Codreanu, il Gottardo, Sudjic, Come un pugno


Una delle opere piu' belle che ho mai letto. Scoperto in un pomeriggio d'adolescenza. Ripreso in mano costantemente.

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Qui


Qui e qui.

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giovedì 24 agosto 2017

Espulsioni impossibili da commentare, Paradisi minori, Sparklehorse

- Ormai in molti casi sembra di essere entrati nel mondo dell'assurdo. 
Mi capita di vedere personaggi impresentabili che girano per strada, ladri, truffatori, stronzi acclarati, inquinatori, speculatori, vigliacchi o gente come la Santanché, Di Battista, canditati alle elezioni e bla bla vario che cianciano in televisione e poi leggo di uno che visto che mangia a sbafo in un ristorante si prende due anni di espulsione da Lecco. Boh. Ok, questo sarà un tipo impresentabile, non auguro a nessuno di vederselo arrivare nel proprio ristorante, non ci faccio nemmeno su il raccontino romantico, pero' a me sembrano molto esagerati due anni per sta roba. Tra l'altro la pizzeria la conosco bene perché a dieci metri, dentro la Torre di Lecco, ci visse per anni una splendida persona che ha segnato la mia vita.

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Racconti che mi sembrano interessanti, anche perché si parla di un pappagallo e per due decenni nella casa dei miei genitori hanno vissuto tantissimi pappagalli di tutti i colori.

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Divago, cerco di sorridere, combatto contro le zanzare ma il vuoto e il dolore sono onnipresenti.
Ascolto tanto il primo disco degli Sparklehorse e cerco di trovare un posto sul mappamondo dove fuggire prima o poi.


mercoledì 23 agosto 2017

Donald Ray Pollock, A Thousand Hours


"Knockemstiff" mi era piaciuto tantissimo mentre "Le strade del male" era un po' inferiore. Adesso sono molto curioso di leggere questo "La tavola del paradiso" (Elliot).

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Un bellissimo disco  scoperto grazie a Manfredi.

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La televisione spenta.
La accendo solo, quando posso, per guardare il ciclismo.

Un estratto da "Mishima e la restaurazione della cultura integrale" di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar)


Mishima e la restaurazione della cultura integrale” di Giuseppe Fino (Edizioni di Ar, 1980, collana Sannō-kai) é un saggio consigliatissimo a tutti gli amanti di Mishima e dei suoi romanzi e di un certo tipo di cultura giapponese. 

Lascio un estratto dal capitolo terzo “l'interpretazione della cultura giapponese”:

Nel 1970, Mishima riunì in un solo volume “Eirei no Koe”, “Yukoku” e “Toka no Kiku” (Il crisantemo del decimo giorno), una delle sue migliori opere teatrali, ispirata all'Incidente del 22 febbraio rappresentata al Bungaku-za nel novembre del 1961 in occasione del 25º anniversario della fondazione di questo gruppo teatrale. Questa trilogia sul “Ni-ni-roku jiken to Watakushi” (L'incidente del 22 febbraio ed io), nel quale si possono leggere, fra l'altro, certe interessanti conclusioni su questo “ciclo” dell'opera di Mishima:

“Scrissi “Patriottismo” dal punto di vista del giovane ufficiale che non poteva fare a meno di scegliere il suicidio perché non avrebbe potuto partecipare all'incidente del 22 febbraio...
Certamente qualche grande dio morì quando fallì il “Ni-ni-roku jiken”... quando fui ventenne...avvertii qualcosa della terribile crudeltà della morte di quel dio... Per molto tempo fui incapace di capire la connessione, ma quando scrissi “Toka no Kiku” e “Yukoku” apparve un'ombra scura nella mia coscienza –  e poi scomparve di nuovo senza assumere una forma definita...
Ma ogni volta che considero la questione non riesco a trovare il modo di trattare il ningen sengen (la dichiarazione della natura umana) dell'Imperatore. La storia del periodo Showa è divisa in due dalla sconfitta in guerra, e uno come me che ha vissuto tutti e due i periodi dell'era Showa non può fare a meno di desiderare costantemente di trovare una continuità reale e una base per una consistenza teorica. Questo sembra perfettamente naturale per un uomo, sia o non sia egli uno scrittore. La dichiarazione del ningen sensen da parte Ni-ni-roku jiken”; così iniziai “Eirei no Koe”, può sembrar strano che usi la parola “estetica” in tal contesto. Ma giunsi ad intuire che esisteva una salda, massiccia roccia a fondamento della mia esistenza – il sistema imperiale”.

Questo brano, che ha attirato immediatamente l'attenzione di critici e studiosi, viene considerato di fondamentale importanza per comprendere l'atteggiamento di Mishima di fronte alla cultura giapponese. Mishima muove innanzitutto dalla constatazione di una grave frattura apparente nella continuità di questa cultura. La frattura è costituita dalla sconfitta del 1945, che sembra aver segnato la fine non solo di un'epoca ma di tutta una cultura, e l'inizio di una nuova. La frattura, però, comporta un problema personale per lo scrittore che ha vissuto ambo le parti di questo periodo e desidera trovare una spiegazione al fatto che, pur terminando una civiltà, i singoli rimangono. È, la sua, esigenza di “trovare una continuità reale ed una base per una consistenza teorica. Si tratta del problema che, dall'era Meiji in poi, ha sempre assillato gli intellettuali giapponesi, posti di fronte al dilemma della scelta tra le due culture. Gli spiriti più illuminati si sono sempre rifiutati di effettuare questa scelta, preferendo volgersi a scoprire una qualche forma di sintesi. Nel caso di Mishima – e degli altri che, come lui, hanno subito il trauma della sconfitta – la scelta si pone in maniera più drammatica che per gli intellettuali dei periodi precedenti, trattandosi di scegliere tra due parti della propria esistenza, con il rischio di rinnegare una parte di sé stesso. Egli, dunque, si chiede se questa drammatica frattura in effetti non sia solo apparente, giungendo alla conclusione che esiste un fattore di continuità, “una solida massiccia roccia” e cioè la figura dell'Imperatore. Da tale conclusione, inoltre, egli ritiene di derivare una chiave per interpretare tutta la cultura giapponese: ovvero il sistema imperiale forma l'elemento di continuità e quindi il fondamento stesso di tutta la cultura giapponese. Un altro particolare degno di nota è che Mishima parla di fondamento della sua “estetica”. Ciò significa che l'interpretazione della cultura e del mondo, a suo giudizio, non deve ispirarsi a criteri razionali, ma a criteri artistici e passionali: la bellezza deve essere il metro di misura della civiltà. E proprio nel bello – come già aveva affermato Yasuda prima della guerra – egli riconosce l'essenza della cultura giapponese.” (pp. 39-41)

martedì 22 agosto 2017

Squalo della Groenlandia


Dopo la fine del Liceo la mia professoressa di biologia mi chiese, nell'atrio del collegio, le ragioni della mia mancanza di applicazione in Chimica e Biologia, della mia poca voglia di studiare e memorizzare, dei miei voti scadenti e mi ricordo che le risposi (in maniera presuntuosa e fuori luogo perché ero solo uno sfaccendato) che di tassonomico avevo già quel capolavoro che è "Moby Dick".

Da oggi ho anche "Il libro del mare. O come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare" di Morten A. Stroksnes (Iperborea, traduzione di Francesco Felici) da poter usare come risposta.

Tra l'altro ho avuto per anni un rapporto conflittuale con quella professoressa...poi solo quando smisi di studiare mi resi conto che in realtà era forse la professoressa piu' affezionata a me.

Lascio due estratti da questo bellissimo libro pieno di spunti, riflessioni e avventura:

"Quasi tutti sanno che il ceppo di merluzzi più ricco del mondo si riproduce al largo delle Lofoten e delle Vesteralen. Ma queste stesse aree marine sono estremamente importanti anche per l'ippoglosso, che si riproduce in inverno, e l'aringa, che lo fa a primavera. Inoltre non mancano ricche popolazioni di scorfani di fondale, merluzzi neri, eglefini, pesci diavolo, rane pescatrici. Tradizionalmente ci sono anche milioni di uccelli marini, come in altre zone costiere della Norvegia. D'altra parte, molte popolazioni sono calate in modo allarmante. Le ragioni sono complesse, ma uno dei fattori è probabilmente che parecchie specie di pesci da cui gli uccelli dipendono, come ammoditi, mallotti, potassoli e merluzzetti norvegesi, sono sottoposti a una pesca smodata. Tra l'altro non per uso commestibile per gli uomini, ma per i salmoni di allevamento.

Può stupire sapere che al merluzzo e alle compagnie petrolifere piace la stessa cosa: il plancton. Mentre il merluzzo se lo mangia fresco in mare, le compagnie petrolifere lo preferiscono invecchiato duecento milioni di anni e trasformato in una sostanza vischiosa e nera. La nuova Norvegia dipende da questo come un tempo dipendeva da merluzzo, olio di fegato di merluzzo e olio di aringa. In passato i pescatori gettavano petrolio in mare per rompere le onde, quando tentavano di salvare l'equipaggio di una nave che stava affondando e trasferirlo su un'altra. Ora i grandi pescherecci industriali ci buttano il pesce per imbrogliare sulle quote, mentre il petrolio minaccia gli habitat di riproduzione più ricchi del mondo. Se si verifica un blowout, una fuoriuscita incontrollata di greggio, il Muro delle Lofoten rischia di diventare una sorta di barriera di contenimento petrolifero lungo centinaia di chilometri, che intrappolerà il greggio lungo le sue spiagge sterminando tutto, dagli uccelli marini al plancton. Bastano infime quantità di petrolio per distruggere gli avannotti.
Se la Tanzania si fosse messa a trivellare nella pianura del Serengeti in cerca di petrolio, la comunità mondiale, probabilmente con la Norvegia in testa, si sarebbe indignata. L'avremmo considerata una barbarie, e magari gli avremmo anche sganciato un miliardo di corone perché lasciassero perdere. La Norvegia distribuisce già miliardi per salvare la foresta pluviale in Brasile, Ecuador, Indonesia, Congo e altri luoghi tropicali. Eppure noi abbiamo un posto altrettanto eccezionale, un Serengeti subacqueo. Ed è in questo posto di fecondità senza pari, rinomato al mondo per la sua bellezza, che la Norvegia, benché già tra i paesi più ricchi del mondo, vuole mettersi a trivellare.
I minatori sotterraneri di Melville continuano a lavorare." (pp. 187-188)

"Tre ore dopo la foschia è svanita. Una bassa coltre grigia di nembostrati emana un chiarore di un  giallo malato. Il sole vi penetrerà presto attraverso, quindi ci prepariamo e usciamo sfrecciando su un mare tranquillo, oltre il faro di Skrova e l'isolotto di Flæsa. come esca questa volta abbiamo la leccornia giusta. Era dal bue delle Highlands che non eravamo a questi livelli. Il catino di fegato di skrei dell'inverno scorso ha riposato bene. Dentro si formati parecchi litri d'olio puro. Hugo lo userà per la vernice. Sul fondo invece è rimasta una scintillante e puzzolente poltiglia marrone, i cosiddetti cascami. Sono praticamente grasso puro, ed era questo il materiale che usavano un tempo i pescatori di squali, incluso il nonno di Hugo. L'odore è intenso, ma più variegato di quello del bue, che puzzava solo di morte. Con i cascami riempiamo un bidone da vernice. Sarà la nostra sirena olfattiva, laggiù sott'acqua.
Dopo  aver triangolato la nostra posizione a partire da punti di riferimento fissi a terra - abbiamo anche il GPS, ma ha così tante funzioni che nessuno dei due se la sente di usarlo - butto in mare il bidone. Abbiamo fatto parecchi buchi sul coperchio, che è tra l'altro fissato solo con uno spago, in modo che il contenuto fluisca bene all'esterno, una volta sul fondo. Dove lo squalo della Groenlandia è in attesa.
È possibile immedesimarsi nel suo mondo?
Acqua e buio lo circondano, senza che lui si accorga di nessuno dei due, visto che non conosce altro. Come noi del resto non registriamo l'aria che circonda il nostro corpo, limitandoci a darla per scontata. Gli abissi bui e freddi sono il suo mondo, e laggiù scivola libero, lento e silenziosa, come una macchina di carne, con sostanze tossiche nel grasso, nel sangue, nel fegato, e occhi praticamente ciechi e senza vita da cui penzolano parassiti, lunghe larve che gli trafiggono il bulbo oculare. L'unico suo desiderio è conservare e proseguire la propria esistenza, difficilmente sente qualcosa che possa somigliare a gioia o paura, e a malapena il dolore. Certo, ogni volta che divora una foca, o infila il muso nella carcassa putrescente di una balena, dovrà pur provare una sorta di meccanica soddisfazione per essersi assicurato più o meno un altro mese di esistenza. Questo è il suo ruolo nel mondo, la sua missione di vita: tirare avanti fino al prossimo pasto. Gli unici esseri viventi con cui viene a contatto sono quelli che mangia, a parte quando le uova vengono fecondate, senza gioia né tenerezza. I piccoli sviluppano prestissimo grandi denti e cominciano la vita di predatori cannibali già nell'utero, dove il più forte divora fratelli e sorelle, e viene al mondo solo.
Quando i piccoli squali della Groenlandia nascono, possono distinguere una pallida sfumatura di grigio a molte centinaia di metri sopra di loro. La notano appena. Poi cominciano a a cercarsi qualcosa da mangiare, nel silenzio nero di quel freddo desolato. Non ha senso chiedersi perché un animale del genere debbia esistere. Ogni vita é programmata per voler vivere. Nessun animale si suicida, per quanto sconfortante possa essere la sua esistenza da oltretomba.
Ecco, questo è più o meno il goffo tentativo di immedesimazione che può fare un essere umano. Sembra un mondo tetro e senza speranza. E magari invece lo squalo della Groenlandia sente tutt'altra musica scrosciargli nelle vene. È senza peso, non ha nemici, e fluttua attraverso un universo a cui si è perfettamente adatto in tutte quelle decine di milioni di anni.
No, non è possibile immedesimarsi nel suo mondo. (pp. 235-237)


lunedì 21 agosto 2017

"L'estate che sciolse ogni cosa", Orwell, Il Foglio, DIIV


Molto interessato a questo romanzo. Però accidenti leggo 26 euro come prezzo di copertina. Qui in Svizzera chissà quanti franchi saranno. Prima di acquistarlo lo cerco in qualche biblioteca.

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Questo invece l'ho ritrovato nei giorni scorsi....e pensavo di averlo perso su un aereo...anche a me è accaduto di ubriacarmi su un aereo e all'atterraggio non sapere nemmeno dove mi trovassi e farmi indirizzare verso un pullman che mi avrebbe portato nel centro di Barcellona. È stato il mio primo viaggio in aereo. Un regalo di compleanno della mia famiglia. 4 giorni da solo a Barcellona. Ricordo che nell'appartamento condiviso c'era una coreana che puzzava tremendamente. 
Ovviamente feci il bagno in un mare sabbioso e chissà cos'altro.
Quando tornai a casa scontentai tutti perché non avevo niente di eclatante da raccontare.
Tipo viaggio turistico.
Mi godetti con lentezza la città.
Era un giugno, pochi giorni dopo il mio compleanno.

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Spero stia meglio.

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Quando si lavora con persone completamente diverse da te, appena sai di non vederle per due giorni sorridi e tiri un sospiro di sollievo.
Dio Santo che stanchezza e che senso di vuoto.

Coi maschi che lavorano con me se non parli di fica, calcio, erba, playstation, soldi, macchine non hai niente di cui discutere.
Con le donne, tranne rarissime eccezioni, è la stessa storia ma con quella venatura artistica/filosofica che mi disturba assai.

Un bagno nel lago e poi riposo in casa.


domenica 20 agosto 2017

Un'enorme stanchezza

Sono veramente stanco.
Fisicamente e di testa.
Dormo pochissimo e male
Per fortuna che ci sono la mia compagna e lo squalo della Groenlandia a farmi compagnia in queste sere piene di zanzare e nervi tesi e la pizza praticamente mi è diventata impossibile da digerire e anche solo la vista mi nausea:


Domani sarà un'altra giornata impegnativa.
Non vedo l'ora che arrivino la sera e i successivi due giorni liberi.
Forse, liberi.
L'estate sta finendo e ho bisogno di farmi gli ultimi bagni.
Non ho grandi esigenze in questa mia esistenza ma senza lago, mare, fiumi facilmente raggiungibili e dove poter anche solo immergermi fino alla vita, sedermi sulle rive, lanciare sassi nella corrente mi sento morire.


venerdì 18 agosto 2017

Cosa dire su Barcellona?

Come commentare i fatti di Barcellona e soprattutto perché farlo...

Mi limito solo a dire che fra ieri e oggi ho ascoltato/letto/parlato con persone che fanno una fatica tremenda ad aggiungere il termine "islamico" all'attentato.
Si parla di rivendicazioni dell'ISIS. Lo derubricano a una sigla. Con tanto di "sedicente" davanti a stato.

Gli stessi che poi non ci mettono molto a usare parole come "terrorismo di stato, mafioso, eversivo di sinistra, matrice anarchica, fascista, statunitense, israeliana....e bla bla bla bla". 

Poi arrivano tutte le discussioni sociologiche/psicologiche/giustificative sulla difficoltà di inserimento di questa gente, sui poveri diseredati che non ce la fanno a vivere secondo gli stili di vita dell'Occidente, sui bombardamenti, sulla bomba atomica, il colonialismo, sulle loro turbe mentali, sul sentimento di esclusione, sul razzismo strisciante. 

Alla fine andremo a parlare di Peppa Pig e di quanto io sia il responsabile di tutto perché da piccolo guardavo Daitarn3.

So benissimo che le discussioni sono stratificate, eccetera, pero' son stanco di sentir sempre parlare di follia, pazzia, problemi personali su tutto. È come se si eliminasse la responsabilità personale, il libero arbitrio. E questo tipo di giustificazioni poi è una ruota che puo' toccare a tutti.

(Certe volte mi viene quasi da pensare che tutti i miei problemi li potrei addossare a Stalin...)

Devono aver introiettato cosi' tanto bene il senso di colpa/peccato/autopunizione che non ne possono proprio fare a meno.

Io mi limito a rilanciare questa copertina, perché poi io resto fermo li'...e non vado in chiesa, non entro nelle sinagoghe...non mi prostro davanti a crocifissi, arche dell'alleanza...di papa francesco non me puo' fregare di meno (e tra l'altro, da quale chiesa vuota parla......)...dei protestanti poi meglio non parlarne che mi mettono addosso una tristezza che mi fanno salire la voglia di alcool a duecento chilometri di distanza...fossi proprio obbligato a diventare religioso istituirei Il Culto del Lago......:


giovedì 17 agosto 2017

Ricordando mentre si rilegge (Englander, McInerney)


Rileggendo lo splendido romanzo di Englander (è uno scrittore di razza perché non ti porta mai dove pensi, senza mai ricorrere ai sotterfugi) che vede due genitori alla disperata ricerca del figlio e del suo "ipotetico cadavere" durante la dittatura dei militari in Argentina ho ripensato ai racconti che mi faceva la mia nonna paterna sulla scomparsa di mio nonno dopo l'8 settembre 1943. Mio nonno era un autiere impegnato nei Balcani (Albania, Montenegro, Macedonia, Grecia) fin dal '39 e dopo l'8 settembre non si seppe piu' nulla di lui e fu dato per disperso. Poi un suo commilitone nei primi mesi del '44 disse di averlo visto visto a ottobre e allora mia nonna, che non era ancora sposata con lui, ritrovo' la speranza di ritrovare vivo il suo Cesarino. Poi un giorno ne torno' a casa un altro che per vie traverse le disse che di Cesarino non si sapeva piu' nulla. Mia nonna non perse mai la speranza e tutte le domeniche andava a Milano a cercare notizie fra i partigiani. Chiese anche aiuto ai suoi cugini fascisti. Ma niente. Poi vennero a dirle che avevano la certezza che fosse morto. 
Ma lei non ci credette mai. 
Poi un giorno, nel giugno del '45 busso' alla sua porta e le disse "Ciao Teresa". 
Ma non era piu' quel giovane ragioniere, aspirante avvocato, che aveva conosciuto. 
Che leggeva romanzi, che parlava uno splendido italiano. 
Era un uomo di 27 anni col volto triste e sciupato, gli occhi persi ma con ancora la stessa eleganza, gentilezza, educazione, delicatezza che l'avevano fatta innamorare. 
Mio nonno soffri' della sindrome post-traumatica almeno fino al 1948 quando nacque il suo secondo figlio, mio padre. Si alzava dal letto e ritornava sul campo di battaglia, mimava i suoni della mitragliatrice e del coltello che affondava nella carne. 
Talvolta, non si presentava nella hall del nostro albergo per il dolore che lo sopraffaceva. 
Un dolore e i ricordi che non l'hanno mai abbandonato. 
Quando passavano gli aerei, lui tendeva a ingobbirsi o a trovare un rifugio. 
Un giorno, un suo commilitone mi disse "Sai un giorno si ritrovo' l'intestino e metà corpo del suo miglior amico in grembo e comincio' a ridere come un pazzo". 

Ci furono parenti che non furono contenti del suo ritorno. 
Sognavano di prendere l'albergo.
Io ricordo solo che pochi mesi prima di morire mio nonno mi disse "Se fossi morto e fossi tornato un paio d'anni dopo e loro si fossero presi l'albergo forse noi avremmo avuto una vita piu' felice."

Di queste sue frasi io ho stampato in testa quel "noi avremmo".

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Quando lessi la prima volta questo romanzo mia madre era una donna in forma e con la quale avevo un rapporto difficile da di dipendenza, le altre volte che l'ho riletto, intero o solo alcune pagine, con lei avevo un rapporto di complicità, di lotta, di cattiverie, di silenzi, di addii.
Adesso mia madre è morta e rileggere questo romanzo che nella parte finale racconta proprio di una madre che muore mi fa sentire addosso tutto il peso degli anni trascorsi e di quelli senza di lei.
La sua assenza è ingombrante.
Sorrido per una sciocchezza ma mi dispiace e mi fa piangere non averla mai portata in Cornovaglia.
Dal 1997, anno in cui ci andai a 18 anni, non avevo mai smesso di parlargliene.
E mi diceva sempre "Quando parli della Cornovaglia sorridi come non fai mai..." e sorridevo.
"Facciamo un caffé Andrea?"
"Si' mamma".

Da quando è morta mia madre il caffè ha cambiato sapore.

Lo bevo quasi per dovere.


Un estratto dal romanzo:

"Quella sincerità era contagiosa. Avevi cominciato dal principio, da quando eri piccolo. Avevi cercato di raccontarle, come meglio potevi, chi eri, cosa si provava a essere te. Avevi descritto quella sensazione di essere fuori posto, di vedersi sempre dal di fuori, di guardarsi vivere nel mondo pur vivendo nel mondo, di non sapere se anche gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri si sentissero cosi'. Le avevi detto di aver sempre pensato che gli altri avessero le idee piu' chiare su quello che stavano facendo, che non si preoccupassero tanto del perché lo facevano. Avevi raccontato del tuo primo giorno di scuola. Ti eri messo a piangere aggrappato alla sua gamba. Ricordavi ancora la consistenza dei suoi pantaloni scozzesi, ti pizzicavano le guance. Lei ti aveva detto di salire sull'autobus - qui ti aveva interrotto per dirti che nemmeno lei era molto felice, quel giorno - ma tu ti eri nascosto tra gli alberi fino a quando l'autobus era partito, poi eri tornato a casa e le avevi detto di averlo perso. Allora la mamma ti aveva accompagnato in macchina, ed eri arrivato con un'ora di ritardo. Tutti ti avevano guardato entrare in classe col biglietto di giustificazione, e ti avevano ascoltato spiegare che avevi perso l'autobus. Alla fine, quando ti eri seduto al tuo posto, avevi capito che non saresti mai riuscito a diventare come gli altri."

martedì 15 agosto 2017

Pensierino di ferragosto + un qualcosa che sto preparando

Ogni paese ha la sua sagra, la sua processione, il suo tendone con le costine, la trippa, i pesciolini fritti, la pizza e tutte le varie super grasse specialità italiane, con i gruppi di cover, i cantanti locali, i comici in fase calante, il sindaco con la fascia tricolore.

E ormai ogni paese, città, metropoli hanno il loro cazzo di festival/premio letterario, giornalistico, artistico, politici, musicale, del porno, della cucina, del fumetto, del carcere, della fotografia.
Con poi i vari vincitori, i servizi sui giornali, siti, tv, radio e poi i braccialetti, gli stand, le polemiche (che da idiota rilancio pure io), le bancarelle pieni di ospiti/artisti/cuochi/letterati che non sono altro che piazzisti della loro merce.

Ce l'hanno pure Lecco e Como, tanto per dire, dei festival/fiere/premi del libro e se penso a Lecco mi viene solo da ridere...ma preferisco evitare...

E verranno sempre a dirmi che queste iniziative sono un volano per il turismo, che servono per la diffusione della cultura, per aiutare i letterati/universitari/laureati/aspiranti artisti che qualcosa per campare dovranno pur fare, per far rete fra le menti pensanti, per coordinarsi fra realtà biologiche, per condividere idee che possano migliorare il mondo, renderlo piu' vivibile, per far star bene la gggente.

A me queste robe fanno orrore e mi annoiano a morte e per fortuna hanno smesso di invitarmi ad andarci.

Cosi' come l'incomprensibile moda dello street food

Preferisco davvero i benzinai, gli autogrill, i ristoranti normali, le pizzerie e le trattorie normali, i baracchini aperti alle 2 di notte sulle circonvallazioni o in parcheggi deserti, una spiaggia anonima sul lago, i bar che quando ci entro non offrono l'happy hour, la mia cucina dove posso sedermi sopra a un bancone in legno costruito dalla mia compagna e leggere guardando fuori dalla finestra, con un bicchiere di vino bianco in mano.


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Lei lo consiglia cosi', io fra un po' su questo libro ci scambiero' due chiacchiere.


lunedì 14 agosto 2017

Lacrime, Le catene della colpa, un regalo gradito, Venga a prendere il caffè da noi, Peter Kernel, Alice Glass



"Fiesta" di Hemingway è uno dei romanzi che mi hanno iniziato alla vita. E tutte le volte che lo riprendo in mano mi commuovo. È anche uno di quei romanzi che condivido con la mia compagna di vita. 



In questo romanzo c'è uno scambio molto famoso fra Bill e Mike che sta nell'epigrafe de "Le mille luci di New York" di McInerney che fa cosi':

"Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill.
"In due modi," rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo."

e poi l'incipit di questo romanzo di McInerney che è sempre micidiale quando lo rileggo:

"Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest'ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero."

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Visto che mi devo alzare presto e che prima non riesco a dormire ho rivisto con piacere questo bellissimo film noir. Onestamente di film del genere non se ne vedranno mai piu'.

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Ci sono film che ho visto una sola volta nella mia vita e mi piacquero all'istante. "Venga a prendere il caffè da noi" di Alberto Lattuada, con uno straordinario e "volgarissimo" Ugo Tognazzi e tratto dal romanzo "La spartizione" del purtroppo dimenticato Piero Chiara fa parte di questo gruppo. 

Sul sito di Paolo Nori, che è un vero incantesimo, trovate questo pezzo

Ed è bello leggere di film di cui nessuno parla mai.

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Possibile che gli esseri umani quando si travestono da turisti diventino molto spesso dei pezzi merda straccioni del cazzo ai quali bisognerebbe legargli un sasso al collo e buttarli nel lago, nel mare, nei fiumi, giu' da una vetta, dentro una piscina, una jacuzzi, un forno per la pizza?
Succede tutti i giorni.
Sono milioni.
Che rabbia devo tenere a bada.
Ma lasciamo stare.

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Grande attesa per l'album.

domenica 13 agosto 2017

Ci sono dei giorni - Slowdive

Ci sono dei giorni (sono tantissimi) che tornando dal lavoro la sola cosa che voglio è sedermi al tavolo di casa e parlare con la mia compagna (che torna come me da giornate lavorative stressanti, senza pause, impazzite) e lasciarla parlare perché mi piace ascoltarla, bevendo birre, mangiando formaggio, pane e olive.

E poi andare a fare a una doccia e rimanere per venti minuti sotto l'acqua fredda alla faccia del riscaldamento globale e dello spreco d'acqua.

Alcuni comportamenti umani, modi di stare al mondo, pensieri, idee, modelli educativi proprio non li capirò mai.

Mi consolo da anni con gli Slowdive quando l'umore è proprio sotto ma sotto sotto i tacchi.

E domani sveglia per tornare al punto di partenza.

(Che voglia, ma che voglia, di tirare un pugno)




sabato 12 agosto 2017

Theodore Dreiser, Rosseau/password, due dischi molto diversi che mi fanno impazzire, Per la genealogia della morale


Di Dreiser quand'ero un adolescente avevo molto apprezzato "Nostra sorella Carrie" e adesso son curioso, quando avro' tempo di leggere "Il titano" (Mattioli 1885, traduzione di Livio Crescenzi). Serino ha scritto su Il Giornale questa recensione.

Ma è un periodo che leggo svogliato. Forse fatico a parte le riletture, a trovare, escluso il bellissimo romanzo della Nazdam, qualcosa che mi coinvolga veramente. In modo carnale, al di là della tecnica, dello stile, della provenienza dell'autore. Qualcosa insomma che cancelli le giornate di merda, che mi facciano sentirmi vivo, che mi facciano sentire bene. 

Tra l'altro in un'intervista su Repubblica a Jay McInerney, uno scrittore molto importante nella mia fase di passaggio a una letteratura piu' adulta, c'è quest'ultima botta e risposta micidiale che vi trascrivo integralmente:



"Nei suoi romanzi, nelle "Mille luci" ma non solo, spesso le colpe e i dolori dei genitori ricadono sui figli.
- Mia madre è morta quando avevo 22 anni. Il suo addio mi ha sconvolto, poi è arrivata la depressione...le Mille Luci riflettono quel periodo difficile. Perché è impossibile sfuggire ai nostri genitori. Sa cosa scriveva il poeta inglese Philip Larkin "Ti rovinano, mamma è papà. Forse non vorrebbero, ma lo fanno. Ti trasmettono i loro difetti e ne aggiungono altri adatti a te". I genitori spesso ci fanno del male, anche senza volerlo. Ma noi scrittori siamo tra i pochi che possiamo alleviare questo dolore."

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Su Jean-Jacques Rousseau si possono esprimere tutti i giudizi filosofici possibili ma vedere accostato quel nome (magari poi non si tratta di questa cosa e magari era il nome dell'orsetto di peluche di Casaleggio, boh) alla piattaforma supertecnologicaintrusivadelvostrostomaco dei 5stellati mi fa orrore. Basterebbero anche solo queste piccole cose per non fidarsi di gentaglia del genere. GGGente pulita, onesta, integerrima, rivoluzionaria, di governo, di lotta, in doppiopetto e popolari che mi mette la cancrena addosso.

(Dimenticavo quando poi uno scrive cosi' si becca del piddino, del berluschino, del fascistino, del....bla bla bla)

Maurizio Milani ha scritto un bellissimo pezzo: "Fermi tutti! Abbiamo scoperto la nuova, nuovissima password di Rousseau.Milani ha letto la conversazione tra leader e guru m5s"

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Due dischi diversi ma a cui sono particolarmente legato:




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venerdì 11 agosto 2017

Lavoro, Dubus

Uno degli aspetti peggiori, fra i tanti, del mio lavoro (senza nessun tipo di diritto e garanzie) è quello di sapere in anticipo che devo svolgere una determinata mansione ma che per farla devo aspettare che un responsabile mi chiami a un orario imprecisato (dettato dal suo umore e dalla sua voglia di rompere i coglioni, disponendo delle persone come in un gioco) per sapere quando la dovrò svolgere.
Tutti e due siamo a conoscenza di questa situazione ma a lui non gliene frega assolutamente nulla.
Questa situazione mi comporta l'assoluta impossibilità di organizzarmi nella giornata di domani, dopodomani, lunedì.
Io aspetto, a quest'ora non so ancora nulla.

Mi consolo riprendendo in mano "Ballando a notte fonda" di Andre Dubus.


Qua è arrivato il freddo.

Un passo alpino è già stato chiuso per neve.

Spero nel caldo settimana prossima perché ho voglia di tuffarmi nel lago.





giovedì 10 agosto 2017

Sui lavori che gli italiani si rifiutano di fare; Nathan Englander; Kelly Lee Owens

A proposito della discussione su tutti quei lavori che gli italiani, gli svizzeri e in generale tutte le nazionalità non vogliono fare (anche se questo ci sarebbero poi infinite discussioni di tipo politico/filosofico/economico da imbastire) condivido con voi alcune piccole esperienze personali:

- Conosco una persona di una decina anni più grande di me. Uomo di sinistra, lettore de Il Manifesto, Internazionale, Repubblica. Uno di quelli che elogia i lavori umili, il proletariato, gli operai, la gente umile, i cani umili, il Papa, i camminatori sulle vie sante, che sbraita contro le nuove generazioni che non sono piu' abituate a fare sacrifici. Ecco, quando suo figlio dopo la maturità liceale ha deciso di mollare gli studi per diventare, con sua grande gioia, un imbianchino, ecco, questo bravo uomo ha dato di matto, a suo figlio gli ha dato del cretino, dell'imbecille. Lo aspettava una carriera da ricercatore, figlio dell'Europa Unita. La moglie di quest'uomo di sinistra, volontaria in biblioteca e di sinistra pure lei, l'ha quasi ripudiato suo figlio.
Imbianca bene il ragazzo, m'han detto.

- Ce n'è un altra invece che fa lo stesso discorso ma all'inverso, da brava leghista. Ce l'ha con gli immigrati che rubano il lavoro. Non fa che rompere i coglioni sugli albanesi che fanno i becchini e gli operai, i negri che costruiscono case, i kebabbari gestiti da tamil. Solo che non riesce mai a dirti che suo figlio fa il muratore, perché se ne vergogna. Voleva un figlio avvocato, dottore, dentista, professore e invece c'ha un figlio muratore che lavora nei cantieri e si sbronza tutte le sere. Un bravissimo muratore. Lei beve il caffé e mi racconta di quando trent'anni fa le persone si davano da fare....ma vaffanculo.

- E poi c'è quell'altra, votante di Grillo, che proprio non la vuol vedere sua figlia che fa l'operaia da vent'anni a questa parte. Non ce la fa a vederle addosso quella tuta blu. Non ce la fa. La voleva madre, maestra, impiegata, farmacista. E a S. piace fare l'operaia. Non è una cogliona, conosce bene la sua condizione di sfruttamento, fatta di orari assurdi e una paga ridicola ma scambierebbe mai il suo posto con uno dietro a una scrivania, un bancone, una cassa, chiusa in un ufficio, in una divisa d'ordinanza.

- Ci sono quegli altri due stronzi, mia sorella e mio padre, che fanno gli stessi discorsi di un qualsiasi stronzo che visto che vede un film di Ken Loach o guarda gli approfondimenti politici in tv e san tutto della classe lavoratrice e che da vent'anni, dico vent'anni, mi rompono i coglioni sull'aver mollato l'università e non aver fatto lavori migliori. Quali lavori migliori? Mai una volta che m'abbian chiesto come stavo. Quei due che quando parlano con la mia compagna (dopo trenta minuti di discorsi sulla moralità della politica, sulla bontà degli immigrati, sul ritorno dei fascisti, sul cibo bio, sull'ignoranza diffusa) la trattano come una mentecatta solo perché lavora in un albergo come cameriera ai piani. Salvo poi impaurirsi e rimanere in silenzio quando lei si mette a parlare, a esprimere le sue opionioni, molto complesse. Quando parlo con questi stronzi mi viene voglia di riaprire un gulag e spedirceli a spaccare pietra.

Potrei andare avanti per un sacco. Senza dimenticare quegli zotici di merda che impediscono ai figli di studiare, che pensano che studiare, leggere, vedere un film sia una stupidaggine, che se loro lavorano alla Limonta Spa anche i loro figli devono finirci. 

La faccio finita qui e intanto ascolto Léo Ferré:


e  sorrido, salutando una collega straordinaria che purtroppo se ne va, cercando fortuna e serenità altrove.

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Lo sto rileggendo e questa volta mi ha rapito. Grande scrittore. Anche perché le pagine sul cimitero sono magnifiche. E io adoro i cimiteri. Ci trascorrerei dentro intere giornate se potessi.

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-qui-

mercoledì 9 agosto 2017

Riletture estive, libri che mollo dopo poche pagine, un ricordo uscito da un racconto

Oltre ai libri "nuovi" che sto leggendo ce ne sono altri che sto rileggendo. Ultimamente sto rileggendo questi per aiutare una persona che sta cercando di scrivere una tesi/saggio/qualcosa del genere sugli scrittori collaborazionisti francesi:






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Romanzo che ho mollato dopo venti pagine.

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"Al manicomio c'era da una parte, A1, A2 A3 e cosi' via, il padiglione uomini. Da quell'altra parte c'era dove tenevano le donne: B1 B2 B3 eccetera. Pero' a un certo punto avevano deciso, per motivi terapeutici, di lasciarci mischiare ogni tanto. E come terapia non c'era male: chiavavamo come ricci nei sgabuzzini, fuori in giardini, dietro il granaio, da qualsiasi parte. Molte di quelle donne erano là perché si fingevano pazze perché i loro mariti le avevano scoperte sul fatto con altri uomini, ma tiravano a fregare: si facevano ricoverare onde muovere il merlo a pietà, per poi uscire e ricominciare daccapo. Quindi tornavano dentro, riuscivano fuori, e cosi' via. Ma durante la degenza, quelle donne dovevan pure pigliarlo in corpo, cosi' noi facevamo del nostro meglio per accontentarle. Manco a dirlo il personale sanitario era occupatissimo (i dottori a scoparsi le infermiere, le inservienti a farsi fottere dai portantini) e nessuno s'accorgeva di niente. Questo ci stava bene."

Rileggendo questa prima parte de racconto di Bukowski "Rosso come un giaggiolo" ho ripensato a quando una volta, da adolescente, fui ricoverato per qualche giorno in un ospedale. Ero allettato e tutte le volte che entrava un'infermiera quarantenne e mi controllava flebo, temperatura, padella mi toccava sempre il pene con molta insistenza. Il vecchio sporcaccione che stava nella mia stanza mi diceva che era la mia occasione. Che le infermiere erano tutte cosi'. E che erano i miei capelli ad attirarla. Ovviamente non se ne fece nulla. Il giorno delle dimissioni, l'infermiera mi fermo' e sorridente mi disse "Cosa dovevo fare per fartelo diventare duro?". Sprofondai.